sabato 30 giugno 2018

L'anello della Valzurio,una rara armonia di boschi, pascoli e baite

La Valzurio è un gioiello incastonato tra le pieghe dei monti dell'Alta Val Seriana.   Per ammirarla bisogna andarci apposta, deviando dagli itinerari più battuti, per recarsi nel minuscolo Comune di Oltressenda Alta e raggiungere la frazioncina di Valzurio (813 m slm), completamente ristrutturata dopo essere stata incendiata e rasa al suolo il 14 luglio 1944 durante un rastrellamento nazi-fascista che provocò anche la morte di cinque persone. 
Il Monte Vodala da Colle Palazzo
Dietro la chiesetta parrocchiale parte una trattorabile (via Plazzo) che sale decisa in un bosco misto di abeti, frassini e noccioli.    La mulattiera cementata supera una baita ristrutturata e, dopo una ventina di minuti, termina nel cortile di un altro edificio rurale.   Pochi metri prima si intravede, alla propria destra, la traccia di un sentiero che sale faticosamente, in modo molto remunerativo.  

Arrivo a Colle Palazzo
Dopo aver attraversato un paio di volte uno sterrato a servizio delle diverse baite, si raggiunge, in meno di due ore dalla partenza, il crinale di Colle Palazzo.   Lo sguardo si apre sullo spartiacque tra il versante sud della Valzurio e quello nord di Ardesio: un ambiente dove, a differenza di tanti altri posti, si gusta una rara armonia tra uomo e natura.    Il paesaggio è caratterizzato da dolci ondulazioni erbose e splendide abetaie, inframmezzate da radure dove primeggiano baite e cascine ben ristrutturate.
L'asinello albino di Colle Palazzo con i suoi amici
 (foto di Alessandro Salvoldi)
Sullo sfondo troneggia la cuspide triangolare del Vodala; poco più in basso si intravede il gruppo di baite che accudisce l'oratorio di San Giacomo (1.265 m) al cui interno si trovano interessanti affreschi del XV° secolo.  Sulla stradetta del colle (1.312 m) poco dopo aver superato la Penzana dol Zanerì (il porticato di Gennarino?) si incrocia il nuovo sentiero CAI n. 311, ideato per chiudere ad anello il sentiero delle Orobie Orientali.
La Penzana dol Zenarì.
Lo si segue fedelmente verso destra, in direzione Baite del Moschel, tuffandosi in un magnifico boschi di abeti dove la camminata si ammorbidisce calpestando un tappeto di muschio, aghi e foglie morte.   Abeti e faggi ci tengono compagnia per un'ora e mezzo, con il falsopiano che ci porta a scoprire, proprio di fronte alla baite del Moschel, l'imponenza della testata della Valzurio, chiusa a nord dai contrafforti del Ferrante e ad est dal massiccio della Presolana.
Testata della Valzurio con il Ferrante coperto di nubi
Poco oltre le baite del Moschel, una cascatella del torrente Ogna si diverte a formare una serie di "marmitte dei giganti", profonde fosse di forma circolare scavate dalla forza del torrente nel corso dei millenni.    Dalla parte opposta, la strada forestale torna a Valzurio, rientrando nel bosco e scendendo con dolce pendenza.  
Baite del Moschel
Poco distante dalle baite si trova il "buco del freddo", un antico manufatto recentemente ristrutturato, utilizzato sin dal 1700 per conservare, sfruttando e incanalando una sorgente di aria gelida che usciva dal terreno, il burro, altri prodotti caseari ed anche la carne provenienti dagli alpeggi.  In un'ora si rientra a Valzurio, passando dalla contrada Spinelli (950 m). Resta giusto il tempo di riassaporare quella sensazione di splendido isolamento che ha avvolto questa valle per migliaia di anni.
Il buco del freddo.
Gli storici locali affermano che la carenza di documentazione su questa zona è dovuta al fatto che, prima della tragica parentesi vissuta durante la seconda guerra mondiale, i pochi abitanti della Valzurio hanno vissuto un'esistenza nella più assoluta tranquillità, scandita dai ritmi della natura, che ha fornito loro le principali fonti di sussistenza, garantendo agricoltura e allevamento, ma anche attività estrattive.   Le baite del Moschel infatti, erano luogo di raccolta e cernita della barite, prezioso minerale estratto dalle miniere presenti in Presolana e sul monte Ferrante.

Info tecniche:
Come arrivare: Valzurio è una frazione di Oltressenda Alta, Comune sito in Alta Valle Seriana. Dal centro di Bergamo dista circa 42 km, percorribili in poco meno di un'ora. Al bivio di Ponte Selva si prosegue per Valbondione, girando poi a destra verso Villa d'Ogna. Si prosegue quindi per sette chilometri, seguendo le indicazioni di Nasolino (sede del Municipio di Oltressenda Alta), dove la strada si restringe per raggiungere la nostra meta. 
Dislivello e durata: l'intero anello viene percorso in circa 5 ore (quasi 2 ore per salire a Colle Palazzo; un'ora e mezza da qui per raggiungere le Baite del Moschel, un'ultima ora per tornare a Valzurio). Il dislivello complessivo si aggira tra i 700 e gli 800 metri.
Il paesino di Valzurio
Altri suggerimenti: Di fronte al parcheggio principale di Valzurio si trova la baita Valle Azzurra, dove è possibile mangiare, bere, pernottare ed acquistare prodotti tipici locali (marmellate, miele e dolci). Una sosta caldamente consigliata, per gustare scarpinocc e selvaggina con polenta a prezzi onesti. Il loro sito è: www.baitavalleazzurra.it.
Chi fosse interessato ad un episodio che ha legato Valzurio alla guerra partigiana, può leggere il mio post del 14.02.2018 che racconta di una spettacolare cavalcata sci-alpinistica sulle Orobie per rapinare la banca di Rovetta. La fuga dei due protagonisti ha interessato dell'itinerario qui descritto.
Cartografia: Carta Turistico-Escursionistica della Provincia di Bergamo-Tavola 06.
L'itinerario evidenziato sulla tavola 06 della
Carta Turistica-Escursionistica della Provincia di Bergamo.
Si ringrazia per la concessione.


domenica 17 giugno 2018

Da Poggio al Monte Capanne, il balcone con vista sull'Arcipelago Toscano.

I pigri ed i turisti preferiscono raggiungere la cima del Monte Capanne con la bidonvia, perdendosi così l'opportunità di salirci passo passo, attraversando una natura esuberante e rigogliosa, alternata a scorci panoramici di rara bellezza.
Il Monte Capanne - foto di Elisa Di Blasi
Lasciamo quindi che la pazza folla si accalchi sul piazzale della funivia di Marciana e raggiungiamo il piccolo borgo di Poggio (330 m) da cui parte il sentiero che ci accompagnerà fino alla vetta più alta (1.019 m) dell'Isola d'Elba.
Già il paesino è un piccolo incanto: di origine etrusca, nel corso del medioevo assunse la caratteristica struttura "a chiocciola", con stretti vicoli trasversali, due porte di accesso ed alcune case a torre.  
Poggio, dal sentiero di salita al Capanne
Raggiunta la parte alta del paese, imbocchiamo il sentiero CAI n. 105 (indicato sulle mappe con il "vecchio" n. 2) che inizialmente sale ripidamente nel bosco, regalando da subito suggestive immagini del paese che abbiamo appena lasciato.
In pochi minuti si raggiunge il caprile di Montecristo, un'antica struttura pastorale tipica della zona, attorno al quale è stato scoperto un insediamento protostorico risalente all'età del bronzo (oltre 1.000 anni a.C.).   All'epoca, il Capanne era praticamente circondato da villaggi di questo tipo, collegati visivamente tra loro.   Gli antichi pastori si rifugiavano e vivevano su crinali e contrafforti del monte, sfruttandone i corsi d'acqua che scendevano a valle. 
Il caprile di Montecristo
Il sentiero, sempre ben segnalato, prosegue inerpicandosi nella coloratissima e profumatissima macchia mediterranea.    A quota 625 ed a quota 744 metri si superano due incroci, il secondo dei quali, nei pressi di un caprile abbandonato, attraversa la traccia della Grande Traversata Elbana.   Per salire al Capanne si prosegue sempre dritti.    La pendenza si è ora addolcita e la vegetazione si è fatta via via più rarefatta.
Nella parte alta del sentiero.
La cima è ormai in vista, così come gli impianti di antenne e ripetitori che ne sviliscono l'imponenza.    Raggiunto il crinale, si domina anche la funivia che sale da Marciana, impiegando circa venti minuti.    Manca ormai poco.   Dopo oltre due ore di cammino si raggiunge il piccolo bar posto nei pressi della stazione di arrivo della funivia e, con un ultimo piccolo sforzo, la vetta.   Il panorama è eccezionale.  Con tempo sereno sembra che si possano vedere tutte le isole dell'Arcipelago Toscano, la Corsica e persino le Alpi Apuane.   Mi fido, anche perché il mio amico ed io siamo arrivati avvolti in una nebbia persistente, dalla quale comparivano a tratti le case di Marciana, i bidoni gialli della funivia e, a tratti, la cima del vicino Monte Giove.  Poco importa.    Una scusa per ritentarne la salita, magari da un altro versante.
Escursione del 23 maggio 2018, tempo buono, fitta foschia in quota

La foschia ghermisce la funivia del Capanne.
Info tecniche e varie:
Come arrivare: Dopo essere sbarcati dal traghetto a Portoferraio, si prende la Strada Provinciale 24 fino a Procchio dove, con la SP 25, si raggiunge Marciana Marina.   Da quest'ultima, si sale finalmente a Poggio.   Da Portoferraio si impiegano circa 40 minuti percorrendo 23 chilometri di strade molto tortuose ma estremamente suggestive.
Dislivello, durata e caratteristiche dell'escursione: Il dislivello di sola salita è di circa 680 metri che si percorrono in oltre due ore.   Per la discesa calcolate un'ora e mezza abbondante.   Nonostante la quota, l'escursione non ha nulla da invidiare ai percorsi alpini.   Si tratta di "montagna vera".   Utilizzate scarponi adeguati, con suola robusta e caviglia protetta.

Viuzze e scalinate a Poggio.
Altri suggerimenti: Tornati verso Portoferraio, vi consiglio una visita al minuscolo borgo di Viticcio, situato nei pressi della penisola dell'Enfola.    Poche case, un albergo, un ristorante e cinque calette di sassi e ciotoli, solo due delle quali sono facilmente raggiungibili con una scalinata.    L'ambiente naturale che circonda Viticcio è ancora integro, il mare pulito ed il panorama sulla parte occidentale dell'Elba insuperabile.   La terrazza del ristorante Da Giacomino offre la possibilità di archiviare foto indimenticabili, oltre alla possibilità di assaporare un notevole menu di pesce a prezzi onesti. Particolarmente gustoso un piatto locale, composto da linguine, cipolle e totani.   Maggiori informazioni sul sito: www.ristorantedagiacomino.it.
Cartografia: Carta dei sentieri dell'Isola d'Elba 1:25000 allegata alla pubblicazione sulla Grande Traversata Elbana realizzata da Luca Zavatta, distribuita da L'escursionista Editore.    
Marciana Marina e Poggio dal sentiero di salita al Capanne



sabato 2 giugno 2018

Da Cavo a Porto Azzurro, sulle tracce della Grande Traversata Elbana, a cavallo del profondo blu.

La camminata che unisce il piccolo borgo di Cavo a Porto Azzurro è un incomparabile spettacolo della natura.   Una volta raggiunta la dorsale, lo sguardo non ha più confini, circondato soltanto dal profondo blu del mare da entrambi i lati.
Il Volterraio a guardia di Portoferraio
L'escursione, che rappresenta anche la prima tappa della Grande Traversata Elbana (GTE) prende il via poco sopra il molo di Cavo.    Seguendo la segnaletica della GTE, si percorre il largo sentiero che sale in un fresco bosco di lecci e pini marittimi, fino ad arrivare ad un quadrivio che, sulla destra, porta al novecentesco Mausoleo Tonietti, già proprietario delle concessioni di sfruttamento delle miniere elbane.    A sinistra si sale invece sul Monte Grosso, attraverso un sentiero che si inoltra nella bassa macchia mediterranea ed anticipa le prime emozionanti vedute sull'infinito blu.  
Il primo tratto della GTE visto dalla cima del Monte Grosso
La vetta del Monte Grosso (344 m) viene raggiunta dopo due ore di profumatissima camminata e contraccambia le nostre fatiche con un panorama davvero notevole, giustificando la presenza, negli immediati paraggi, del Semaforo, una postazione di avvistamento contraerea della seconda guerra mondiale.    Dalla cima si scende fino a raggiungere la strada provinciale della Parata (132 m) che unisce Cavo a Rio nell'Elba.     La si abbandona dopo pochi passi, entrando in una lecceta che offre rapidi sguardi sul paese di Nisportino e sul Monte Strega, che rappresenta la prossima meta.
Scendendo dal Monte Grosso
Prima di arrivarci occorre riattraversare la provinciale della Parata in località Aia di Cacio (301 m) e salire un'erta sassosa che costa un po' di fatica.     Sul Monte Strega (425 m) abbiamo superato la metà del percorso e stiamo camminando da circa 4 ore.     Ci aspetta ora una piacevole traversata in quota, con spettacolari vedute su Rio nell'Elba, che presenta ai nostri occhi un tipico impianto urbanistico medioevale, con l'enorme chiesa a dominare stretti e tortuosi vicoli e impervie scalinate che si perdono in piccole e caratteristiche piazzette.
Rio nell'Elba e Rio Marina dal crinale del MonteStrega
Dopo essere scesi di quota, si può scegliere se salire sul Monte Capannello (m. 407) oppure raggiungere la località Le Panche (326 m) attraverso una pianeggiante pista percorsa da un tracciato per mountain bike.    Dopo aver attraversato la strada provinciale 32, ci aspetta la Cima del Monte che, dai suoi 516 metri di altitudine, offre eccezionali scorci sul tenebroso Castello del Volterraio, la più antica fortificazione dell'isola.    Di origini etrusche, fu ampliata dai pisani nel 1281 ed è l'unica fortezza mai espugnata dai pirati saraceni al comando del Barbarossa che, nel quindicesimo secolo, aveva distrutto il vicino paese di Rio, deportando gli abitanti superstiti nelle carceri tunisine.
Verso la Cima del Monte
Dalla Cima del Monte, raggiunta in oltre cinque ore di cammino, inizia una lunga discesa verso Porto Azzurro.    Nei pressi del Monte Castello è' possibile una variante molto impegnativa, lungo il sentiero 105, che lasciamo ai più esperti. Porto Azzurro si raggiunge più tranquillamente tenendo la destra, percorrendo una strada sterrata fino a raggiungere la testata della Valle del Botro, che va seguita fino a raggiungere il campo sportivo di Porto Azzurro, dove termina la prima tappa della GTE.     Si è camminato per oltre sette ore, percorrendo circa 19 chilometri.
Discesa verso Porto Azzurro
Info tecniche e varie:
Come arrivare: Dopo essere sbarcati dal traghetto a Portoferraio, si prende la Strada Provinciale 26, superando Porto Azzurro, Rio nell'Elba e Rio Marina.   Dopo circa 40 minuti e 25 chilometri di strade tortuose, si raggiunge il piccolo borgo di Cavo.
Dislivello e durata della gita: Il dislivello complessivo della prima tappa della  GTE è superiore ai 900 metri.   Calcolate di camminare per più di sette ore per la sola andata.

Altri suggerimenti: Sulla strada del ritorno, consiglio una sosta nei banchetti posti a bordo strada dalle aziende che lavorano la campagna della fertile Piana di Mola.    Il banco dell'Azienda Agricola Lumia offre frutta e verdura appena colte insieme ad una limitata ma gustosa produzione di olio e vino locale.
Cartografia: Abbiamo potuto percorrere questa ed altre tappe della Grande Traversata Elbana grazie alla consultazione dell'omonima 
pubblicazione realizzata da Luca Zavatta edita da L'escursionista Editore.    Un agevole libretto di trenta pagine ed una dettagliatissima carta dei sentieri scala 1:25.000 vi terranno compagnia ed offriranno confortanti indicazioni in caso di dubbi sul sentiero da percorrere.
Il Monastero di Santa Caterina. Nei pressi si trovava Grassera, un antico villaggio
medioevale completamente distrutto dai pirati saraceni. Di esso non rimane più nulla
.


domenica 13 maggio 2018

Da Aviatico al Monte Suchello: il balcone con vista sull'Alben

Nelle Prealpi Orobiche ci sono aree ingiustamente sottovalutate, capaci di offrire panorami a 360°, percorrendo larghe creste erbose, e percorsi verdissimi, ricchi di boschi e tracce antropiche tutte da esplorare.    E' il caso della salita al Monte Suchello, che si raggiunge da Aviatico, un piccolo Comune dell'Altipiano di Selvino. 
La cima del Monte Suchello a sinistra, l'Alben a destra.
Per arrivare al punto di partenza dell'itinerario si deve prendere la via Monte Alben, che parte a destra della chiesa parrocchiale di Aviatico e sale, con alcuni tornanti, fino a terminare in un piccolo piazzale, dove è possibile parcheggiare.  Calzati gli scarponi, si imbocca una strada silvo-pastorale cementata che porta, in pochi minuti. ad una santella e, successivamente, alla pozza d'acqua della Forca di Aviatico (1.160 m).   Nel bosco alla nostra sinistra si trova, finalmente, il segnavia CAI n. 519, che ci accompagnerà sino alla meta.

Panorama dal sentiero CAI n. 519.
Dopo un breve tratto ripido, il sentiero sale dolcemente in una bella faggeta. Poco più in alto, sulla sinistra, roccoli ancora in uso si alternano a costruzioni  ormai trasformate in residenze estive.   Dopo un falsopiano, il sentiero scende verso casa Donadoni (1.205 m), un edificio con tanto di portico affacciato sulla valle sottostante.   La traccia devia ora a sinistra e raggiunge in breve il Forcellino, dove lo sguardo si apre sulla Val Serina, su Selvino, le Podone, i due Miragolo ed il Canto Alto.
Salendo all'anticima del Monte Suchello.
La dorsale sale a destra verso l'evidente anticima del Suchello.   Ora la pendenza si fa impegnativa, anche se lo sforzo è mitigato dal colpo d'occhio, che si amplia man mano si sale.   Il bosco è ormai alle spalle e l'attenzione è assorbita dai ripidi strappi che portano faticosamente al culmine dell'anticima, dove una sosta è dovuta, per recuperare fiato ed ammirare Resegone e Grigna sulla sinistra, l'Alben e la vetta del Suchello proprio di fronte a noi.
Scendendo dalla cresta  erbosa.
Per raggiungere la meta occorre scendere di una cinquantina di metri di dislivello, fino a un colletto, da dove si risalgono agevolmente alcune roccette che conducono, finalmente, alla croce metallica posta sulla cima del Suchello (1.541 m).    La gita si completa di fronte alla prospettiva del maestoso versante sud dell'Alben e lo sguardo che si perde, ad ammirare la selvaggia Val Vertova.

Arriva il temporale-foto di Marco Ghirardelli

Escursione di sabato 12 maggio 2018 - tempo variabile
Info tecniche e varie:
Durata e dislivello: La salita di questo itinerario impegna per due ore abbondanti, con un dislivello che oscilla complessivamente intorno ai 600 m.    La discesa si compie in circa un'ora e mezza. 
Altre escursioni nei dintorni: Se l'ambiente circostante l'altipiano di Selvino vi intriga, ma ritenete questo itinerario fuori dalla vostra portata, collegatevi al seguente sito turistico: http://www.altopianoselvinoaviatico.it.   Potrete consultare una serie di passeggiate tranquille, anche a "dislivello zero", che vi permetteranno di godere a pieno questo territorio.    Alla sede dell'ufficio turistico è possibile acquistare la versione cartacea completa di cartina.

Un suggerimento letterario: L'occasione di camminare sull'altipiano di Selvino mi consente di suggerire la lettura di uno dei romanzi che ho amato di più: Pimpì Oselì di Elena Gianini Belotti - Edizioni Feltrinelli.    Ambientata negli anni trenta del secolo scorso, attraverso gli occhi della protagonista (Cecilia, una bambina di dieci anni), la trama descrive con cruda efficacia la povertà, gli stenti e le miserie della vita sull'altipiano in quel periodo storico.    Il capitolo in cui la bambina racconta l'esperienza di una giornata trascorsa nel roccolo di un suo parente è, a mio modesto parere, un capolavoro assoluto.


Cartografia: Carta escursionistica n. 104 Foppolo-Valle Seriana della Kompass - scala 1:50.000.
Roccolo Cugini




sabato 5 maggio 2018

La guerra del formaggio che ha infiammato le Orobie


La cresta di confine che congiunge il passo di Salmurano a quello di San Marco è avvolta in un ambiente suggestivo dove, tra picchi e torrenti, si sviluppano gli alpeggi in cui viene prodotto un formaggio leggendario, protagonista di un'epica battaglia a difesa di una delle tradizioni più antiche della cultura montana: l'arte di realizzare il formaggio Bitto.
Testata dell'Alpe Bomino dal Passo di Verrobbio.
Negli ultimi anni si sono sviluppate aspre contese su questo capolavoro caseario: da un lato la Provincia di Sondrio ha sposato la tesi che questo formaggio possa essere prodotto in tutta la Valtellina, anche per ampliarne la produzione e la conseguente commercializzazione.    Dall'altro, un gruppo di produttori delle valli originarie (la Val di Gerola e quella, appunto, del Bitto), appoggiati da Slow Food, hanno creato un'associazione per la tutela delle caratteristiche storiche, geografiche e culturali che hanno contribuito a creare questa eccellenza gastronomica.  
Brune Alpine al pascolo - foto tratta dal sito
valbrembanaweb, che ringrazio per la concessione
Nel 2016 si è consumata la rottura: in tutta la Valtellina si può produrre ed acquistare il Bitto DOP, nelle valli originarie e in pochi e qualificati alpeggi ad esse limitrofi, posti a cavallo del Passo San Marco e intorno al Pizzo Tre Signori, continua ad essere prodotto uno straordinario formaggio che ora viene chiamato e marchiato come lo "Storico Ribelle".
Forma di Storico Ribelle - foto tratta dal blog:
ribellidelbitto.blogspot.it, che ringrazio per la concessione.
La sua particolarità affonda le radici nella storia.    Nel diario di un viaggiatore del sedicesimo secolo (tal Ortensio Lando) questo formaggio venne definito "una delle cose da non perdere" in Valtellina.    E' sempre stato prodotto esclusivamente in determinati alpeggi e le modalità della sua lavorazione non sono mai cambiate, al punto da consentire, ai ribelli del Bitto, di stendere un disciplinare che lo contraddistingue da altri formaggi simili, ma non uguali.
Capre Orobiche - foto di Sergio Gavazzeni
Il latte da cui viene prodotto deve essere di mucca, razza bruno alpina, al quale va aggiunta una quota (dal 10 al 20%) di latte di capra razza Orobica, tipica di queste valli.    Le mucche devono nutrirsi soltanto del pascolo alpino e la loro alimentazione (al contrario di quel che affermano i sostenitori del Bitto "massificato") non deve essere accompagnata da mangimi e fermenti aggiunti.  La mungitura deve essere fatta a mano ed il latte deve essere trattato all'istante, ancora tiepido, direttamente in alpeggio, all'interno delle costruzioni in pietra (chiamate calécc) che fungono da baita di lavorazione itinerante.
Panorama dalla Casera Cavizzola - foto tratta dal sito
valbrembanaweb, che ringrazio per la concessione

Le forme dello "Storico Ribelle" posseggono una straordinaria attitudine all'invecchiamento.   La maturazione del formaggio, iniziata nei rudimentali calécc, viene completata nella Casèra di Gerola Alta, sede anche del "Centro del Bitto".     In questa sede si possono trovare forme vecchie anche di dieci anni, che regalano la sensazione di degustare un grande, rarissimo formaggio da meditazione.
Alpeggi alla base del Monte Ponteranica e del Passo di Verrobbio
foto di Sergio Gavazzeni
In territorio bergamasco ci sono alcuni alpeggi in cui viene creato questo formaggio.    Sono ambienti belli da vedere, nei quali è possibile effettuare facili  passeggiate.   Lo "Storico Ribelle", oltre che in Val Gerola e nella Valle del Bitto, viene infatti prodotto in due località del Comune di Mezzoldo: nei pressi della Cascina Ancogno ed all'Alpe Cavizzola.  
Mucche al pascolo in Alta Val Brembana - foto di Eugenio Goglio - anno 1911
Se quindi intendete raggiungere il rifugio Balicco o se volete esplorare i dintorni di Cà San Marco e le trincee del passo di Verrobbio, non mancate l'occasione di visitare questi piccoli templi della storia gastronomica delle nostre montagne.
Transumanza di Bruno Alpine della Casera Ancogno transita dal Passo San Marco.
Foto tratta dal sito valbrembanaweb, che ringrazio per la concessione
Informazioni per saperne di più:
Il Consorzio di Salvaguardia del Bitto Storico: si trova a Gerola Alta, un piccolo borgo situato in cima all'omonima Val Gerola.    L'edificio che ospita il Consorzio comprende anche il Centro del Bitto Storico, la casera di stagionatura, la sala degustazione e lo spaccio di vendita. Ulteriori dettagli sul sito: www.formaggiobitto.com.
Lo spaccio - foto tratta dal blog: ribellidelbitto.blogspot.it,
che ringrazio per la concessione.
Il blog ufficiale dei ribelli del Bitto (ribellidelbitto.blogspot.it) è una fonte di documentazione utile per conoscere i dettagli della battaglia che ha portato alla divisione tra il c.d. Bitto DOP e lo "Storico Ribelle".    Alcuni post sono dedicati agli alpeggi dove viene prodotto quest'ultimo, con la descrizione dettagliata della lavorazione e delle varie fasi della monticatura.   La lettura del blog è anche un modo per individuare nuove mete per le vostre passeggiate.   In questo senso, sono molto interessanti i post dedicati alle Alpi Bomino e Cavizzola.     I ribelli del Bitto hanno aperto anche una pagina facebook, denominata Storico Ribelle.

martedì 1 maggio 2018

Dal borgo medioevale di Olera alla vetta del Canto Alto per arrivare ai boschi di castagni che circondano il Canto Basso.

Si parte da un borgo medioevale rannicchiato nel grembo del Canto Basso; si percorre un dedalo di sentieri ben tenuti dal Parco Regionale dei Colli e si raggiungono due cime altamente panoramiche.  Il tutto a pochi minuti dalla città e dal traffico urbano.

Sul dosso erboso del Canto Basso.

Olera (520 m) si raggiunge in poco più di cinque minuti di auto dal centro di Alzano Lombardo, ma l'impressione di aver fatto un viaggio del tempo si concretizza man mano che si percorrono le intricate viuzze dove i mezzi a motore non possono materialmente circolare.   La carrozzabile finisce all'ingresso del borgo, dove tre parcheggi sono a disposizione per le auto dei trecento abitanti e degli eventuali escursionisti.    Dal parcheggio più alto parte il sentiero CAI contrassegnato con il n. 532, che pianeggia negli orti coltivati attraversando alcune vallette per poi inoltrarsi in un bel bosco di castagni.    Con un po' di fatica, in circa quaranta minuti si sale fino alla Forcella del Sorriso (752 m) al cui bivio si incontra il sentiero n. 533, che conduce alla località Campanua (902 m) ed alle successive Stalle di Braghizza (1.040 m), poste sulla cresta boscosa che unisce i due Canti.

Gli orti di Olera.

Prendendo a sinistra il segnavia 507, in una ventina di minuti dalle Stalle si raggiunge la cima del Canto Alto (1.146 m) dove la vista si perde a 360° su un panorama superbo, solo intuito durante la salita.    A sud si ammira la città di Bergamo e la pianura si stende fino a toccare le creste degli Appennini.    Il Nord è invece riempito dall'anfiteatro delle Orobie: dal Resegone a nord-ovest fino alla Presolana, il Pizzo Camino ed il monte Bronzone che chiude a levante.

Verso la vetta del Canto Alto.

Ma, su questa vetta è intrigante anche quel che non si può vedere: durante i lavori di costruzione del basamento che sorregge la grande croce sono stati ritrovati i resti di un antico fortilizio, risalente al periodo medioevale.    Ulteriori approfondimenti hanno accertato che, al tempo delle aspre contese tra guelfi e ghibellini (intorno al quattordicesimo secolo) l'edificio a torre era presidiato da una guarnigione composta da dodici soldati e un cane, con il compito di avvisare Bergamo ed i paesi vicini in merito ad eventuali movimenti sospetti.

Olera dal Canto Basso.

L'itinerario prosegue ritornando alle Stalle di Braghizza e continuando sulla cresta boscata, fino ad arrivare al Canto Basso (901 m), un incantevole dosso erboso che offre rilassanti viste sulle cime della media Valle Brembana e sui numerosi boschi di castagni che lo circondano da ogni lato.    Verso sud, un'impagabile immagine di Olera, che attende il nostro ritorno.   Alla nostra destra troviamo infatti il bivio con l'indicazione del sentiero CAI n. 540/a che porta rapidamente (e, in alcuni tratti, anche molto ripidamente) nel cuore del borgo medioevale.

Case di Olera.
Info tecniche e varie:
Data dell'escursione: 29-04-2018 - tempo variabile con foschia diffusa.
Durata e dislivello: Per arrivare da Olera alla vetta del Canto Alto servono due ore di buon passo, con dislivello di sola salita di circa 630 m.   Per completare l'anello proposto, passando dal Canto Basso, ne servono altre due, per un totale di quattro ore.
Una passeggiata più rilassante può escludere la "conquista" del Canto Alto, riducendo il dislivello di un centinaio di metri e la durata di circa un'ora
Difficoltà: Lo strappo finale dalle Stalle di Braghizza alla cima del Canto Alto presenta roccette affioranti che vanno affrontate con la dovuta attenzione, sia in salita che in discesa. Sul sentiero 540/a (dal Canto Basso a Olera) si incontrano una serie di tratti in ripida discesa, che possono essere molto scivolosi in caso di terreno umido o bagnato.

Olera-chiesa della Santissima Trinità

Visitare Olera: Non mancate assolutamente di perdervi nel reticolo di viuzze del borgo, percorribili soltanto a piedi.   Le case sono addossate l'una alle altre, con una caratteristica peculiare dei nuclei rurali medioevali.   Nella chiesa parrocchiale di San Bartolomeo, risalente al XV secolo, si può ammirare uno splendido polittico dipinto da Cima di Conegliano.    Nei pressi sorge un edificio religioso ancora più antico, la chiesa della Santissima Trinità, conosciuta anche come la chiesa dei morti, per le numerose sepolture racchiuse fra le sue mura.    Nei dintorni della piazza è possibile ristorarsi grazie a un minuscolo bar, gestito dai volontari che gravitano attorno alla parrocchia.
Cartografia: Carta escursionistica del Parco dei Colli di Bergamo - scala 1:15.000, Ingenia Cartoguide Editore.

La traccia dell'itinerario, tratta dalla Carta del Parco dei Colli di Bergamo.
Ingenia Cartoguide, si ringrazia per la concessione.

sabato 14 aprile 2018

Carlo Medici, il tagliapietre che conquistò la Presolana

Il 3 ottobre 1870 Carlo Medici, tagliapietre di Castione, condusse l'Ingegner Antonio Curò, naturalista di fama e futuro presidente del CAI di Bergamo e suo cugino Federico Frizzoni sulla cima più alta del massiccio della Presolana.    In vetta non trovarono segni indicativi di altre ascensioni.    La regina delle Orobie aveva accolto i suoi primi conquistatori.
La Presolana dalla Cima del Timogno
foto di Giovanni Barbieri, che ringrazio per la concessione
Carlo era stato assoldato dai due cittadini bergamaschi in seguito alle indicazioni di un loro amico, il dottor Giovanni Comotti, cultore di scienze naturali.    Il Medici era ben noto nell'ambiente degli alpinisti lombardi.   A differenza della maggior parte dei suoi compaesani, non dava credito alle leggende che descrivevano l'ambiente di alta montagna infestato dagli spiriti e dalle anime dei morti.    Non credeva che, nei pressi della Grotta dei Pagani, vagassero i fantasmi dei guerrieri alani sconfitti dai romani nel quinto secolo.  Per Carlo anzi, la montagna non era più soltanto un habitat faticoso ed ostile, ma anche fonte di reddito, grazie ai compensi degli scienziati, dei benestanti e degli aristocratici che abbracciavano lo spirito d'avventura offerto dall'alpinismo.
La Presolana dai prati del Salto degli sposi - foto di Elisabetta Di Blasi
Il Medici convinse Curò e Frizzoni a partire di prima mattina dalla cantoniera del Giogo della Presolana, in modo da raggiungere le prime asperità poco dopo l'alba.    Si erano dotati di un equipaggiamento tipico dell'epoca, indossando giacche e pantaloni smessi e scarponi di cuoio con suola chiodata.  Solo la guida portava a tracolla una ruvida e pesante corda di canapa lunga sedici metri.   Con passo rapido giunsero alle sette del mattino alla Grotta dei Pagani, dove si prepararono per la parte più impegnativa della scalata.
La Presolana dalla testata della Val Gandino.
foto di Giovanni Barbieri, che ringrazio per la concessione

Poco dopo vennero bloccati dalla nebbia mentre salivano un camino roccioso. Nonostante il pericolo di essere colpiti dai sassi che si staccavano dalla parete, trovarono il tempo per fare uno spuntino, prima di ripartire al primo diradarsi delle foschie.    Grazie alla corda di canapa di Carlo Medici, riuscirono a superare i punti più problematici ed a raggiungere la cresta dove li attendeva un panorama grandioso.    Il tagliapietre di Castione era abituato a certi spettacoli che invece ammaliarono i due cittadini.    Il Curò scrisse: "Non una nuvola turbava lo sguardo a tramontana, ma a mezzogiorno l'immensa pianura stava tutta sepolta sotto una densa nebbia biancastra che la ricopriva come un vasto lenzuolo.   Solo qua e là qualche punta più alta dei monti vicini sorgevano come isole, producendo l'illusione di un vasto mare appoggiato ai fianchi meridionali della Presolana."
Carlo Medici - foto storica
Dalla meta li separava ormai soltanto un'esile cresta, talmente sottile da non poterci posare le suole degli scarponi.    Fu un impeto del Frizzoni a trovare la soluzione: si pose cavalcioni sulla lama di roccia, una gamba a penzolare sulla Val di Scalve, quell'altra verso Castione.    Alle 11 precise del 3 ottobre 1870 esultarono sui 2.521 metri di altitudine della vetta della Presolana Occidentale.

Lo spigolo nord della Presolana
foto di Giovanni Barbieri, che ringrazio per la concessione

Carlo Medici lasciò che i cittadini sfogassero la loro soddisfazione ed accolse volentieri un sorso di quel Barolo d'annata che avevano portato per festeggiare l'evento.    La bottiglia vuota, contenente un biglietto con la data dell'ascensione ed i loro nomi, fu infilata sotto un ometto in pietra, eretto per celebrare l'impresa che, come scrisse lo stesso Curò, non sarebbe stata possibile senza l'esperienza della guida e la presenza della sua solida corda di canapa.
Presolana in inverno -foto di Giovanni Barbieri, che ringrazio per la concessione

Nel frattempo il tagliapietre si era perso nel vastissimo paesaggio che si gode dalla cima, focalizzando il suo sguardo verso l'ingresso delle miniere poste a monte di Colere.  Immaginava le sagome di donne e bambini che portavano all'esterno gerle colme di minerale appena scavato dai loro mariti e padri.   Il 3 ottobre 1870 cadeva di lunedì, primo giorno di una delle tante, lunghe e dure settimane di lavoro dei minatori scalvini.    Carlo si reputava fortunato: al ventre buio della montagna preferiva le esili creste; e la professione di guida alpina, sia pure integrata con il pesante lavoro di scalpellino, lo aveva proprio soddisfatto.
Minatori bergamaschi (anno 1897) - foto di Eugenio Goglio 
Carlo Medici, nato il 31 agosto del 1821, compì innumerevoli ascensioni sul massiccio della Presolana.    Oltre alla prima ascensione della Presolana Occidentale, va ricordata anche quella dell'ottobre 1888, quando accompagnò sulla cima tre sacerdoti, tra cui anche monsignor Achille Ratti, futuro Papa Pio  XI.    In punto di morte, il 3 febbraio del 1896, fece spostare il suo letto di fronte alla finestra da cui potesse ammirare, un'ultima volta, il massiccio della Presolana.
Presolana e Ferrante dall'altipiano di Selvino.
 foto di Giovanni Barbieri, che ringrazio per la concessione

Altre informazioni:
Una facile gita al cospetto della Regina: Salire la via normale della Presolana è materia per escursionisti esperti con rudimenti di alpinismo.   Ci sono passaggi di II° grado, creste molto aree e frequenti cadute di sassi dall'alto.  Per chi vuole ammirare la regina delle Orobie senza particolare fatica ed apprensione, consiglio di raggiungere la Baita Cassinelli (1.568 m.) ufficialmente dedicata al nostro tagliapietre di Castione.    Il rifugio si raggiunge dal Passo della Presolana (1.297 m.) con il sentiero CAI n. 315.    In un'ora di facile passeggiata tra prati e radi boschi di conifere si superano i 270 metri di dislivello necessari per arrivare alla baita ed ai piedi del massiccio.
Cartografia: Carta Turistico-Escursionistica della Provincia di Bergamo-Tavola 06.
La traccia della passeggiata che porta al Rifugio Baita Cassinelli
disegnata sulla tavola 06 della Carta Turistico-Escursionistica della
Provincia di Bergamo, che si ringrazia per la concessione.