sabato 5 maggio 2018

La guerra del formaggio che ha infiammato le Orobie


La cresta di confine che congiunge il passo di Salmurano a quello di San Marco è avvolta in un ambiente suggestivo dove, tra picchi e torrenti, si sviluppano gli alpeggi in cui viene prodotto un formaggio leggendario, protagonista di un'epica battaglia a difesa di una delle tradizioni più antiche della cultura montana: l'arte di realizzare il formaggio Bitto.
Testata dell'Alpe Bomino dal Passo di Verrobbio.
Negli ultimi anni si sono sviluppate aspre contese su questo capolavoro caseario: da un lato la Provincia di Sondrio ha sposato la tesi che questo formaggio possa essere prodotto in tutta la Valtellina, anche per ampliarne la produzione e la conseguente commercializzazione.    Dall'altro, un gruppo di produttori delle valli originarie (la Val di Gerola e quella, appunto, del Bitto), appoggiati da Slow Food, hanno creato un'associazione per la tutela delle caratteristiche storiche, geografiche e culturali che hanno contribuito a creare questa eccellenza gastronomica.  
Brune Alpine al pascolo - foto tratta dal sito
valbrembanaweb, che ringrazio per la concessione
Nel 2016 si è consumata la rottura: in tutta la Valtellina si può produrre ed acquistare il Bitto DOP, nelle valli originarie e in pochi e qualificati alpeggi ad esse limitrofi, posti a cavallo del Passo San Marco e intorno al Pizzo Tre Signori, continua ad essere prodotto uno straordinario formaggio che ora viene chiamato e marchiato come lo "Storico Ribelle".
Forma di Storico Ribelle - foto tratta dal blog:
ribellidelbitto.blogspot.it, che ringrazio per la concessione.
La sua particolarità affonda le radici nella storia.    Nel diario di un viaggiatore del sedicesimo secolo (tal Ortensio Lando) questo formaggio venne definito "una delle cose da non perdere" in Valtellina.    E' sempre stato prodotto esclusivamente in determinati alpeggi e le modalità della sua lavorazione non sono mai cambiate, al punto da consentire, ai ribelli del Bitto, di stendere un disciplinare che lo contraddistingue da altri formaggi simili, ma non uguali.
Capre Orobiche - foto di Sergio Gavazzeni
Il latte da cui viene prodotto deve essere di mucca, razza bruno alpina, al quale va aggiunta una quota (dal 10 al 20%) di latte di capra razza Orobica, tipica di queste valli.    Le mucche devono nutrirsi soltanto del pascolo alpino e la loro alimentazione (al contrario di quel che affermano i sostenitori del Bitto "massificato") non deve essere accompagnata da mangimi e fermenti aggiunti.  La mungitura deve essere fatta a mano ed il latte deve essere trattato all'istante, ancora tiepido, direttamente in alpeggio, all'interno delle costruzioni in pietra (chiamate calécc) che fungono da baita di lavorazione itinerante.
Panorama dalla Casera Cavizzola - foto tratta dal sito
valbrembanaweb, che ringrazio per la concessione

Le forme dello "Storico Ribelle" posseggono una straordinaria attitudine all'invecchiamento.   La maturazione del formaggio, iniziata nei rudimentali calécc, viene completata nella Casèra di Gerola Alta, sede anche del "Centro del Bitto".     In questa sede si possono trovare forme vecchie anche di dieci anni, che regalano la sensazione di degustare un grande, rarissimo formaggio da meditazione.
Alpeggi alla base del Monte Ponteranica e del Passo di Verrobbio
foto di Sergio Gavazzeni
In territorio bergamasco ci sono alcuni alpeggi in cui viene creato questo formaggio.    Sono ambienti belli da vedere, nei quali è possibile effettuare facili  passeggiate.   Lo "Storico Ribelle", oltre che in Val Gerola e nella Valle del Bitto, viene infatti prodotto in due località del Comune di Mezzoldo: nei pressi della Cascina Ancogno ed all'Alpe Cavizzola.  
Mucche al pascolo in Alta Val Brembana - foto di Eugenio Goglio - anno 1911
Se quindi intendete raggiungere il rifugio Balicco o se volete esplorare i dintorni di Cà San Marco e le trincee del passo di Verrobbio, non mancate l'occasione di visitare questi piccoli templi della storia gastronomica delle nostre montagne.
Transumanza di Bruno Alpine della Casera Ancogno transita dal Passo San Marco.
Foto tratta dal sito valbrembanaweb, che ringrazio per la concessione
Informazioni per saperne di più:
Il Consorzio di Salvaguardia del Bitto Storico: si trova a Gerola Alta, un piccolo borgo situato in cima all'omonima Val Gerola.    L'edificio che ospita il Consorzio comprende anche il Centro del Bitto Storico, la casera di stagionatura, la sala degustazione e lo spaccio di vendita. Ulteriori dettagli sul sito: www.formaggiobitto.com.
Lo spaccio - foto tratta dal blog: ribellidelbitto.blogspot.it,
che ringrazio per la concessione.
Il blog ufficiale dei ribelli del Bitto (ribellidelbitto.blogspot.it) è una fonte di documentazione utile per conoscere i dettagli della battaglia che ha portato alla divisione tra il c.d. Bitto DOP e lo "Storico Ribelle".    Alcuni post sono dedicati agli alpeggi dove viene prodotto quest'ultimo, con la descrizione dettagliata della lavorazione e delle varie fasi della monticatura.   La lettura del blog è anche un modo per individuare nuove mete per le vostre passeggiate.   In questo senso, sono molto interessanti i post dedicati alle Alpi Bomino e Cavizzola.     I ribelli del Bitto hanno aperto anche una pagina facebook, denominata Storico Ribelle.

martedì 1 maggio 2018

Dal borgo medioevale di Olera alla vetta del Canto Alto per arrivare ai boschi di castagni che circondano il Canto Basso.

Si parte da un borgo medioevale rannicchiato nel grembo del Canto Basso; si percorre un dedalo di sentieri ben tenuti dal Parco Regionale dei Colli e si raggiungono due cime altamente panoramiche.  Il tutto a pochi minuti dalla città e dal traffico urbano.

Sul dosso erboso del Canto Basso.

Olera (520 m) si raggiunge in poco più di cinque minuti di auto dal centro di Alzano Lombardo, ma l'impressione di aver fatto un viaggio del tempo si concretizza man mano che si percorrono le intricate viuzze dove i mezzi a motore non possono materialmente circolare.   La carrozzabile finisce all'ingresso del borgo, dove tre parcheggi sono a disposizione per le auto dei trecento abitanti e degli eventuali escursionisti.    Dal parcheggio più alto parte il sentiero CAI contrassegnato con il n. 532, che pianeggia negli orti coltivati attraversando alcune vallette per poi inoltrarsi in un bel bosco di castagni.    Con un po' di fatica, in circa quaranta minuti si sale fino alla Forcella del Sorriso (752 m) al cui bivio si incontra il sentiero n. 533, che conduce alla località Campanua (902 m) ed alle successive Stalle di Braghizza (1.040 m), poste sulla cresta boscosa che unisce i due Canti.

Gli orti di Olera.

Prendendo a sinistra il segnavia 507, in una ventina di minuti dalle Stalle si raggiunge la cima del Canto Alto (1.146 m) dove la vista si perde a 360° su un panorama superbo, solo intuito durante la salita.    A sud si ammira la città di Bergamo e la pianura si stende fino a toccare le creste degli Appennini.    Il Nord è invece riempito dall'anfiteatro delle Orobie: dal Resegone a nord-ovest fino alla Presolana, il Pizzo Camino ed il monte Bronzone che chiude a levante.

Verso la vetta del Canto Alto.

Ma, su questa vetta è intrigante anche quel che non si può vedere: durante i lavori di costruzione del basamento che sorregge la grande croce sono stati ritrovati i resti di un antico fortilizio, risalente al periodo medioevale.    Ulteriori approfondimenti hanno accertato che, al tempo delle aspre contese tra guelfi e ghibellini (intorno al quattordicesimo secolo) l'edificio a torre era presidiato da una guarnigione composta da dodici soldati e un cane, con il compito di avvisare Bergamo ed i paesi vicini in merito ad eventuali movimenti sospetti.

Olera dal Canto Basso.

L'itinerario prosegue ritornando alle Stalle di Braghizza e continuando sulla cresta boscata, fino ad arrivare al Canto Basso (901 m), un incantevole dosso erboso che offre rilassanti viste sulle cime della media Valle Brembana e sui numerosi boschi di castagni che lo circondano da ogni lato.    Verso sud, un'impagabile immagine di Olera, che attende il nostro ritorno.   Alla nostra destra troviamo infatti il bivio con l'indicazione del sentiero CAI n. 540/a che porta rapidamente (e, in alcuni tratti, anche molto ripidamente) nel cuore del borgo medioevale.

Case di Olera.
Info tecniche e varie:
Data dell'escursione: 29-04-2018 - tempo variabile con foschia diffusa.
Durata e dislivello: Per arrivare da Olera alla vetta del Canto Alto servono due ore di buon passo, con dislivello di sola salita di circa 630 m.   Per completare l'anello proposto, passando dal Canto Basso, ne servono altre due, per un totale di quattro ore.
Una passeggiata più rilassante può escludere la "conquista" del Canto Alto, riducendo il dislivello di un centinaio di metri e la durata di circa un'ora
Difficoltà: Lo strappo finale dalle Stalle di Braghizza alla cima del Canto Alto presenta roccette affioranti che vanno affrontate con la dovuta attenzione, sia in salita che in discesa. Sul sentiero 540/a (dal Canto Basso a Olera) si incontrano una serie di tratti in ripida discesa, che possono essere molto scivolosi in caso di terreno umido o bagnato.

Olera-chiesa della Santissima Trinità

Visitare Olera: Non mancate assolutamente di perdervi nel reticolo di viuzze del borgo, percorribili soltanto a piedi.   Le case sono addossate l'una alle altre, con una caratteristica peculiare dei nuclei rurali medioevali.   Nella chiesa parrocchiale di San Bartolomeo, risalente al XV secolo, si può ammirare uno splendido polittico dipinto da Cima di Conegliano.    Nei pressi sorge un edificio religioso ancora più antico, la chiesa della Santissima Trinità, conosciuta anche come la chiesa dei morti, per le numerose sepolture racchiuse fra le sue mura.    Nei dintorni della piazza è possibile ristorarsi grazie a un minuscolo bar, gestito dai volontari che gravitano attorno alla parrocchia.
Cartografia: Carta escursionistica del Parco dei Colli di Bergamo - scala 1:15.000, Ingenia Cartoguide Editore.

La traccia dell'itinerario, tratta dalla Carta del Parco dei Colli di Bergamo.
Ingenia Cartoguide, si ringrazia per la concessione.

sabato 14 aprile 2018

Carlo Medici, il tagliapietre che conquistò la Presolana

Il 3 ottobre 1870 Carlo Medici, tagliapietre di Castione, condusse l'Ingegner Antonio Curò, naturalista di fama e futuro presidente del CAI di Bergamo e suo cugino Federico Frizzoni sulla cima più alta del massiccio della Presolana.    In vetta non trovarono segni indicativi di altre ascensioni.    La regina delle Orobie aveva accolto i suoi primi conquistatori.
La Presolana dalla Cima del Timogno
foto di Giovanni Barbieri, che ringrazio per la concessione
Carlo era stato assoldato dai due cittadini bergamaschi in seguito alle indicazioni di un loro amico, il dottor Giovanni Comotti, cultore di scienze naturali.    Il Medici era ben noto nell'ambiente degli alpinisti lombardi.   A differenza della maggior parte dei suoi compaesani, non dava credito alle leggende che descrivevano l'ambiente di alta montagna infestato dagli spiriti e dalle anime dei morti.    Non credeva che, nei pressi della Grotta dei Pagani, vagassero i fantasmi dei guerrieri alani sconfitti dai romani nel quinto secolo.  Per Carlo anzi, la montagna non era più soltanto un habitat faticoso ed ostile, ma anche fonte di reddito, grazie ai compensi degli scienziati, dei benestanti e degli aristocratici che abbracciavano lo spirito d'avventura offerto dall'alpinismo.
La Presolana dai prati del Salto degli sposi - foto di Elisabetta Di Blasi
Il Medici convinse Curò e Frizzoni a partire di prima mattina dalla cantoniera del Giogo della Presolana, in modo da raggiungere le prime asperità poco dopo l'alba.    Si erano dotati di un equipaggiamento tipico dell'epoca, indossando giacche e pantaloni smessi e scarponi di cuoio con suola chiodata.  Solo la guida portava a tracolla una ruvida e pesante corda di canapa lunga sedici metri.   Con passo rapido giunsero alle sette del mattino alla Grotta dei Pagani, dove si prepararono per la parte più impegnativa della scalata.
La Presolana dalla testata della Val Gandino.
foto di Giovanni Barbieri, che ringrazio per la concessione

Poco dopo vennero bloccati dalla nebbia mentre salivano un camino roccioso. Nonostante il pericolo di essere colpiti dai sassi che si staccavano dalla parete, trovarono il tempo per fare uno spuntino, prima di ripartire al primo diradarsi delle foschie.    Grazie alla corda di canapa di Carlo Medici, riuscirono a superare i punti più problematici ed a raggiungere la cresta dove li attendeva un panorama grandioso.    Il tagliapietre di Castione era abituato a certi spettacoli che invece ammaliarono i due cittadini.    Il Curò scrisse: "Non una nuvola turbava lo sguardo a tramontana, ma a mezzogiorno l'immensa pianura stava tutta sepolta sotto una densa nebbia biancastra che la ricopriva come un vasto lenzuolo.   Solo qua e là qualche punta più alta dei monti vicini sorgevano come isole, producendo l'illusione di un vasto mare appoggiato ai fianchi meridionali della Presolana."
Carlo Medici - foto storica
Dalla meta li separava ormai soltanto un'esile cresta, talmente sottile da non poterci posare le suole degli scarponi.    Fu un impeto del Frizzoni a trovare la soluzione: si pose cavalcioni sulla lama di roccia, una gamba a penzolare sulla Val di Scalve, quell'altra verso Castione.    Alle 11 precise del 3 ottobre 1870 esultarono sui 2.521 metri di altitudine della vetta della Presolana Occidentale.

Lo spigolo nord della Presolana
foto di Giovanni Barbieri, che ringrazio per la concessione

Carlo Medici lasciò che i cittadini sfogassero la loro soddisfazione ed accolse volentieri un sorso di quel Barolo d'annata che avevano portato per festeggiare l'evento.    La bottiglia vuota, contenente un biglietto con la data dell'ascensione ed i loro nomi, fu infilata sotto un ometto in pietra, eretto per celebrare l'impresa che, come scrisse lo stesso Curò, non sarebbe stata possibile senza l'esperienza della guida e la presenza della sua solida corda di canapa.
Presolana in inverno -foto di Giovanni Barbieri, che ringrazio per la concessione

Nel frattempo il tagliapietre si era perso nel vastissimo paesaggio che si gode dalla cima, focalizzando il suo sguardo verso l'ingresso delle miniere poste a monte di Colere.  Immaginava le sagome di donne e bambini che portavano all'esterno gerle colme di minerale appena scavato dai loro mariti e padri.   Il 3 ottobre 1870 cadeva di lunedì, primo giorno di una delle tante, lunghe e dure settimane di lavoro dei minatori scalvini.    Carlo si reputava fortunato: al ventre buio della montagna preferiva le esili creste; e la professione di guida alpina, sia pure integrata con il pesante lavoro di scalpellino, lo aveva proprio soddisfatto.
Minatori bergamaschi (anno 1897) - foto di Eugenio Goglio 
Carlo Medici, nato il 31 agosto del 1821, compì innumerevoli ascensioni sul massiccio della Presolana.    Oltre alla prima ascensione della Presolana Occidentale, va ricordata anche quella dell'ottobre 1888, quando accompagnò sulla cima tre sacerdoti, tra cui anche monsignor Achille Ratti, futuro Papa Pio  XI.    In punto di morte, il 3 febbraio del 1896, fece spostare il suo letto di fronte alla finestra da cui potesse ammirare, un'ultima volta, il massiccio della Presolana.
Presolana e Ferrante dall'altipiano di Selvino.
 foto di Giovanni Barbieri, che ringrazio per la concessione

Altre informazioni:
Una facile gita al cospetto della Regina: Salire la via normale della Presolana è materia per escursionisti esperti con rudimenti di alpinismo.   Ci sono passaggi di II° grado, creste molto aree e frequenti cadute di sassi dall'alto.  Per chi vuole ammirare la regina delle Orobie senza particolare fatica ed apprensione, consiglio di raggiungere la Baita Cassinelli (1.568 m.) ufficialmente dedicata al nostro tagliapietre di Castione.    Il rifugio si raggiunge dal Passo della Presolana (1.297 m.) con il sentiero CAI n. 315.    In un'ora di facile passeggiata tra prati e radi boschi di conifere si superano i 270 metri di dislivello necessari per arrivare alla baita ed ai piedi del massiccio.
Cartografia: Carta Turistico-Escursionistica della Provincia di Bergamo-Tavola 06.
La traccia della passeggiata che porta al Rifugio Baita Cassinelli
disegnata sulla tavola 06 della Carta Turistico-Escursionistica della
Provincia di Bergamo, che si ringrazia per la concessione.










lunedì 2 aprile 2018

Un tuffo nella Val Dossana, dove sgorga l'acqua che disseta la città di Bergamo

In un sabato uggioso di fine marzo, insieme ad un caro amico, ho scoperto la Val Dossana, partendo da Bratte di Premolo (720 m) per salire a calpestare tanta neve, così tanta che non siamo riusciti ad arrivare alla Baita de Sùra (1.320 m).
Il lato destro della Val Dossana.
Ma la passeggiata in questa valle stretta e lunga è stata comunque di grande soddisfazione.    Incassata tra scoscese pareti dolomitiche, ricca di guglie,
pinnacoli, torrioni e pareti verticali e contornata da boschi, il percorso offre la possibilità di camminare senza fatica per lunghi tratti, chiedendo solo uno sforzo nella seconda tratta, quando uno strappo deciso porta alla Baita de Sùra, dove la valle si apre consentendo di ammirare le cime del Fop, di Letèn e del Monte Secco.
Nel bosco della Val Dossana
L'itinerario che parte alla fine del paesino di Bratte imbocca il sentiero CAI n. 245 e, per un buon tratto, coincide con il percorso salute realizzato dal Comune di Premolo.   Inizialmente pianeggiante, il sentiero incontra poi una serie di saliscendi, restando sempre immerso in boschi di sorbo e carpino nero, alternati a qualche isolato faggeto, residuo delle piantagioni ben più estese realizzate, sin dal medioevo, per fare carbonella ad uso metallurgico.    Siamo infatti in una zona che, dall'epoca romana fino alla metà del secolo scorso, ha vissuto un ampio sfruttamento delle risorse minerarie, in particolare di un miscuglio di minerali denominato calamina, da cui si ricavava zinco e piombo.
Baita Piazza Manzone
In circa un'ora e senza difficoltà si arriva nei pressi della Baita Piazza Manzone (circa 900 m).    Fino a qui il sentiero si tiene alto sul fondovalle dove scorre il torrente Dossana.    Le sue acque, insieme a quelle del torrente Nossa,  alimentano da oltre quarant'anni l'acquedotto della città di Bergamo.    Si abbandona il sentiero CAI n. 245 per deviare a destra sul n. 242 che si inerpica, ben più deciso e serpeggiante, attraversando più volte il greto del torrente.
Il lato destro della Val Dossana
I lati della valle sono ancora più selvaggi e colpisce il silenzio ovattato che circonda i nostri passi.   Forse è anche la presenza di tanta neve ad acuire l'assenza di rumori, ma la conformazione di questa valle certamente favorisce il senso di isolamento, offrendo un elevato senso di protezione che, anche nel lontanissimo passato, ha sicuramente favorito l'insediamento stabile di piccoli gruppi di persone.    In proposito, poco dopo l'imbocco della Valle si incontrano le indicazioni che portano ad un sito archeologico dove, nel 1963, sono stati ritrovati i resti di alcune sepolture risalenti all'età del rame (quasi 6.000 anni fa!).
L'altipiano di Parre, visto dal sentiero della Val Dossana
Il mio amico ed io ci siamo fermati a circa mezzora dalla nostra iniziale meta. 
Il sentiero proseguiva in decisa salita e la neve ci arrivava ormai al ginocchio. Abbiamo quindi rinunciato ad arrivare alla Baita de Sùra e non abbiamo nemmeno potuto ammirare il gigante della Val Dossana, un faggio secolare, vecchio di quattrocento anni, che si trova poco prima della Baita stessa.
Cascina Lova, Bratte ed i contrafforti del Pizzo Formico.
Ci siamo però ripromessi di tornare in questa zona, che abbiamo scoperto essere il cuore di un sito di interesse comunitario, creato dalla legislazione europea per tutelare tutta l'area circostante la Val Dossana fino alla Cima del Monte Grem.
In questo ambiente, nelle opportune stagioni, è infatti possibile scoprire singolari ricchezze floristiche, con rare specie endemiche e, più in quota, si può ammirare un bel paesaggio pascolivo alternato ad ambienti carsici di grande interesse, con il contorno di cime dalle suggestioni dolomitiche, che superano i 2.000 metri di quota.
    Escursione effettuata sabato 24 marzo 2018 (tempo uggioso con qualche fiocco di neve).
Segnaletica alla partenza.
Info tecniche:
Come arrivare: L'imbocco della Valle Dossana è facilmente raggiungibile da Bratte, frazione del Comune di Premolo, che si raggiunge dalla strada provinciale della Val Seriana. Pochi metri dopo il bivio per la Val del Riso si prende a sinistra una carrozzabile con le indicazioni per Premolo (2 km). Giunti in paese si prosegue in salita fino ad arrivare a destinazione. Superato il centro di Bratte, si intravedono sulla destra le indicazioni CAI per la Val Dossana mentre, avanti pochi metri sulla sinistra, è possibile parcheggiare senza particolari problemi.
Durata e dislivello: Per arrivare fino alla Baita de Sura servono oltre due ore di buon passo, con dislivello di sola salita di circa 600 m.  Una passeggiata più rilassante (un'ora di salita con duecento metri di dislivello) si ferma a metà strada, alla Baita Piazza Manzone
Cartografia: Carta Turistico-Escursionistica della Provincia di Bergamo-Tavola 05.
L'itinerario evidenziato sulla tavola 05 della
Carta Turistica-Escursionistica della Provincia di Bergamo.
Si ringrazia per la concessione.



domenica 25 marzo 2018

Nel cuore aspro e selvaggio dell'Isola d'Elba, tra pirati, duchi spagnoli e pini secolari

Vista dal mare, la baia di Porto Azzurro è un fantastico caleidoscopio di colori offerti dalla natura.
Su tutti, prevale lo sfondo rossastro delle asperità del Monte Castello, nelle cui pieghe si nasconde il piccolo santuario di Monserrato, meta di una facile escursione che offre panorami spettacolari ed inconsueti.
Porto Azzurro e il Monte Castello - foto di Elisa Di Blasi
Per arrivare alla partenza della gita, bisogna percorrere circa 600 metri della strada provinciale che, da Porto Azzurro porta a Rio nell'Elba.   Pochi metri dopo il bivio per la spiaggia di Barbarossa, si devia a sinistra per una stradetta che si inoltra nella valle fino a raggiungere uno splendido esemplare di pino domestico plurisecolare, che i bambini delle elementari di Porto Azzurro hanno ribattezzato "Nonno Pino".    Questo albero monumentale è alto quasi 20 metri, la circonferenza del suo tronco supera i 4 metri e quella della chioma si allarga per almeno 30 metri.    Vecchio di circa quattro secoli, ha purtroppo recentemente subito l'onta di alcuni violenti temporali, i cui venti impetuosi hanno sradicato alcuni dei rami più esterni.   Ma la sua maestosità è rimasta intatta e merita sicuramente qualche foto e un abbraccio, prima di avviarci a piedi verso il santuario di Monserrato.
La chioma di Nonno Pino - foto di Elisa di Blasi
La passeggiata è breve, ma molto profumata.    Si sale percorrendo uno sterrato circondato da orti, frutteti e campi coltivati, intervallati da case coloniche ristrutturate.    In meno di mezzora si raggiunge il piccolo santuario, situato su un'altura isolata, circondato da una corona di aspre ed appuntite cime che ricordano altitudini ben più elevate rispetto ai modesti 122 metri effettivi registrati dalle mappe.   L'ambiente è aspro e selvaggio, molto simile a quello che circonda l'omonimo santuario catalano de Nuestra Señora di Montsérrat.   D'altra parte, il governatore spagnolo che dispose l'edificazione del piccolo romitorio elbano doveva un voto alla "Madonna catalana", da lui  invocata nel bel mezzo di un'improvvisa burrasca di scirocco che lo aveva sorpreso in mare aperto mentre navigava dall'Argentario verso l'approdo del Golfo di Porto Longone, ora Porto Azzurro.
Uno sguardo al Santuario dal sentiero di salita - foto di Elisa Di Blasi
Dalla piccola terrazza prospiciente il santuario, all'ombra di alcuni cipressi, si ammira un vasto panorama sulla spiaggia di Barbarossa ed è frequente l'avvistamento di famiglie di capre selvatiche.  Volgendosi a monte, si intuisce il reticolo dei ripidi sentieri che, dal santuario, procedono verso la cima del Monte Castello (389 m.).   Percorrerli non è un'impresa agevole, ed è consigliato soltanto agli escursionisti esperti.
La piccola terrazza del Santuario - foto di Elisa Di Blasi
Info tecniche e varie:
Come arrivare: Dopo essere sbarcati dal traghetto a Portoferraio, si prende la SP 26 in direzione Porto Azzurro.   Poco oltre l'abitato si oltrepassa il museo minerario e, all'altezza del bivio per la spiaggia di Barbarossa si gira a sinistra in una stradetta di campagna.  Dopo circa 600 metri si intravede, sulla sinistra, il secolare pino domestico nei pressi del quale si può parcheggiare.
Dislivello e durata della gita: Il dislivello è inferiore ai 100 metri e si impiega mezzora per la sola salita.
Sulla spiaggia di Barbarossa - foto di Elisa Di Blasi
Altri suggerimenti: La breve escursione qui descritta è parte di un interessate itinerario ad anello che parte dal centro di Porto Azzurro, negli immediati pressi dell'antica Fortezza di San Giacomo, ora adibita a carcere.  Il sentiero costeggia, con vista mare, il perimetro del penitenziario scendendo alla spiaggia che, ancora oggi, porta il nome del Barbarossa, il feroce pirata turco che, nel sedicesimo secolo sbarcò sull'isola portando morte e terrore tra i suoi abitanti.   Dal lido una stradina raggiunge e attraversa la provinciale, portandosi sul percorso che porta al pino secolare e, quindi, al Santuario di Monserrato.  Da qui si affronta il tratto più impegnativo, che si inerpica sui friabili fianchi del Monte Castello.   Dopo un passaggio sulla nuda roccia, si arriva ad un pianeggiante piazzale erboso dove si prende una pista forestale che riporta verso Porto Azzurro.   L'anello, lungo quasi 8 chilometri, si percorre in circa 5 ore, con un dislivello totale superiore ai 400 metri.   E' riservato agli escursionisti esperti ed è descritto nel sito del Parco Nazionale dell'Arcipelago toscano: www.islepark.it, nella sezione "visitare il parco-i sentieri più belli".
Capoliveri e un'azienda agricola della Piana di Mola - foto di Elisa Di Blasi 
Sulla strada del ritorno, consiglio una sosta nei punti vendita a bordo strade delle aziende che lavorano la campagna della fertile Piana di Mola.   L'assaggio effettuato di vino e olio dell'Azienda Agricola La Fazenda ne hanno certificato l' ottima qualità.
Cartografia: Carta Kompass 650 - Isola d'Elba. Scala 1:30.000. 

domenica 11 marzo 2018

Incontri ravvicinati con gli stambecchi delle Orobie

Poco più di trent'anni fa sulle Orobie non c'era traccia di stambecchi.   Grazie alla reintroduzione di 88 esemplari provenienti dal Parco Nazionale del Gran Paradiso, programmata dalla Regione Lombardia e avviata dalla Provincia di Bergamo nel giugno 1987, nelle escursioni odierne possiamo ammirare più di mille esemplari che vivono ormai stabilmente sulle nostre montagne.
Giovane di stambecco, fotografato da Giovanni Barbieri nei pressi di Maslana.
Centomila anni fa l'areale dello stambecco occupava tutte le regioni rocciose dell'Europa Centrale e, fino al quindicesimo secolo, era massicciamente presente su tutto l'arco alpino.   Poi furono inventate le armi da fuoco, ed iniziò una strage che lo portò quasi all'estinzione.   Le superstizioni diffuse dalla "medicina popolare " dell'epoca resero la carneficina ancora più vasta: si credeva che la polvere delle corna di stambecco debellasse l'impotenza, il sangue curasse i calcoli renali e lo stomaco potesse combattere la depressione.     A metà del diciannovesimo secolo sulle Alpi erano rimasti poco meno di cento stambecchi.
Maschio adulto, fotografato da Giovanni Barbieri nei pressi di Maslana.
Paradossalmente, ci volle la passione venatoria di Vittorio Emanuele II per invertire questa tendenza.  Il futuro Re d'Italia pretese di rintanare e proteggere gli ultimi esemplari rimasti nella sua tenuta di caccia privata in Valsavaranche (Valle d'Aosta), incaricando i guardiacaccia di proteggerli dagli altri cacciatori.    Nacque così l'embrione del futuro Parco del Gran Paradiso, il primo Parco Nazionale, istituito nel lontano 1922.
Incontro ravvicinato sul sentiero per la vetta del Pizzo Tre Signori, foto di Sergio Gavazzeni.
Il maschio di stambecco è uno splendido animale che può vivere fino a sedici anni, superando il quintale di peso.    Possiede corna che sono in continua crescita e che permettono di determinare l'età di ogni singolo individuo.    Ad ogni inverno la crescita delle corna si blocca, per riprendere la primavera successiva.    L'arresto provoca un cosiddetto "anello di accrescimento" che equivale sostanzialmente ad un anno trascorso in vita da parte dell'animale.    Le corna di un maschio possono superare il metro di lunghezza, mentre quelle delle femmine non presentano nodosità e si fermano a 25 centimetri.
Capobranco al pascolo, nei pressi di Maslana. Foto di Giovanni Barbieri
Sulle Orobie gli stambecchi hanno ampliato progressivamente il loro areale successivamente alla reintroduzione programmata nel 1987.     Oggi se ne contano più di mille e avvistarli è ormai frequente, soprattutto in due zone.    La prima è la vasta area a nord di Valbondione, dove furono effettuati i primi rilasci di trent'anni fa; la seconda si concentra intorno al maestoso Pizzo dei Tre Signori, al confine con le province di Sondrio e Lecco.
"Mamma, aspettami..." foto di Sergio Gavazzeni, poco sotto la vetta del Tre Signori.
Se volete incontrarli sopra Valbondione, il periodo giusto potrebbe essere proprio questo: la neve li fa scendere nel bosco ed in mezzo alle rustiche abitazioni del borgo di Maslana. 
In questo stesso blog, nel febbraio 2017, ho pubblicato un post nel quale potete trovare tutti i dettagli utili: https: //dislivellozero.blogspot.it/2017/02/una-passeggiata-maslana-tra-stambecchi.html.
Riposo nel bosco di Maslana - foto di Giovanni Barbieri
Per vedere gli stambecchi nell'area del Pizzo dei Tre Signori forse è meglio aspettare un po', quando la prima erba primaverile attirerà gli stambecchi nei prati sopra i centri abitati e nelle vallate laterali. Oppure in piena estate, quando la colonia ormai stanziale di questi animali si riapproprierà dei contrafforti rocciosi che portano alla vetta del Pizzo (2554 m).   In questa stagione, dopo una notte trascorsa al Rifugio Falc (m. 2120 - località Bocchetta di Varrone) l'escursione che porta alla cima garantisce incontri ravvicinati con gli stambecchi ed i loro piccoli.
Nei pressi dell'Osservatorio floro-faunistico di Maslana - foto di Giovanni Barbieri
Per avere un quadro di insieme della diffusione dello stambecco sulle Alpi Orobie, si può consultare il geoportale della sezione CAI di Bergamo, che rende possibile il collegamento ad una mappa interattiva periodicamente aggiornata.    Il link è il seguente:
http://geoportale.caibergamo.it/it/content/lo-stambecco-sulle-orobie-bergamasche.
Anche su Facebook è stata creata una pagina specifica, realizzata in occasione del trentennale dalla reintroduzione dello stambecco nelle Orobie, effettuata nel giugno 2017.
L'indirizzo della pagina è: https://www.facebook.com/stambeccoorobie.
"E tu chi sei?" . foto di Giovanni Barbieri.


sabato 3 marzo 2018

Sulle vie del Misma, una montagna per tutte le stagioni.

Intorno al Monte Misma insiste un reticolo di sentieri che consente divagazioni di ogni tipo: dalla passeggiata facile con dislivello trascurabile, al giro ad anello che può occupare quasi tutta la giornata.  Nel mezzo, per gli escursionisti oggi troneggia il placido panettone, capace di regalare uno dei panorami più belli delle Prealpi Orobie.   Nel passato, invece, il centro dell'intricata mappa sentieristica della zona era rappresentato dalla chiesetta di Santa Maria del Misma, posta sul versante meridionale, a 823 metri di quota.
La chiesetta di Santa Maria del Misma - escursione del 25-02-2018.

Sin dal primo medioevo, tutto il circondario del Misma fu densamente abitato, anche perché offriva la possibilità di praticare diverse attività economiche: dallo sfruttamento delle cave di pietre coti (impiegate come abrasivi per affilare o molare utensili metallici, come i falcetti) alle coltivazioni di alberi da frutto (in particolare dei castagni).    I boschi erano battuti dai cacciatori, nei prati pascolava il bestiame.   Tutte queste attività necessitavano di sentieri di collegamento, che venivano ovviamente sfruttati anche per i traffici commerciali tra la Val Seriana e la Val Cavallina.

Dedalo di sentieri sul periplo del Misma - foto di Marco Ghirardelli

Cavatori ed allevatori, commercianti e cacciatori, contadini e viandanti usavano quei sentieri ed avevano bisogno di un centro spirituale che rinfrancasse le loro anime nelle rare pause di una vita dedita al duro lavoro, spesso di pura sopravvivenza.    Alcuni documenti storici risalenti al XII secolo attestano un ruolo centrale di Santa Maria del Misma per tutti i paesi della zona.   Nove diverse comunità hanno gravitato nel tempo intorno alla chiesetta e non sono mancate liti e risse per garantirsi le notevoli entrate provenienti dalle donazioni offerte alla gestione della comunità religiosa.   I secoli recenti hanno poi sminuito l'importanza del mondo rurale e Santa Maria del Misma ha subito declino e degrado, fino ad un recente restauro, che ci consente di ammirarla in ottime condizioni, così come la videro i viandanti del sedicesimo secolo.
Cascina Pratolina.

Dalla Forcella di Pradalunga alla chiesetta di Santa Maria del Misma
La passeggiata che vi propongo ha quindi come meta principale questa chiesetta, che può essere raggiunta da diversi luoghi (vedi dettaglio nelle note).    Normalmente si parte dal parcheggio posto nei pressi delle ex-cave di pietre coti, che si trova poco a monte del santuario della Forcella di Pradalunga (680 m).    Prendendo la strada che sale, si superano circa cento metri di dislivello per raggiungere "la Pratolina", una bella cascina a guardia di una radura posta ai bordi di uno splendido castagneto.    Seguendo le indicazioni delle "Vie del Misma" si raggiunge poi la località Mesòlt, dove si trascura la deviazione a sinistra per la cima del Misma e si prosegue in piano nel fitto bosco per arrivare al Roccolone, un antico roccolo di caccia in muratura.    Costeggiando la riserva naturale della Valpredina si attraversa senza difficoltà una tratto franoso subito dopo il quale si intravede la chiesetta di Santa Maria del Misma (823 m).    Calcolate un'ora e tre quarti dal parcheggio, per un dislivello in salita di circa 200 metri.
Il Roccolone

Il periplo del Misma
Se volete compiere un appagante giro ad anello, arrivati di fronte alla chiesetta dovete prendere la salita che si inerpica sulla sinistra del complesso.    Dopo un centinaio di metri di dislivello verso la cima del Misma, si lascia la traccia per prendere a destra il sentiero CAI n. 511 che porta, con alcuni saliscendi, fra i maggenghi della Località Fonteno (circa 750 m) dove si ammirano bei panorami sulla valle del Lujo.    Da qui, seguendo le indicazioni delle Vie del Misma, si risale un po' faticosamente nel bosco per poi scendere ai ruderi di Stalla Cura, dove lo sguardo si apre sulla media Val Seriana.    Si prosegue sul sentiero che rientra nel bosco e, al primo bivio, si tiene la destra sul sentiero CAI n. 510.    Passando nei pressi di alcune cascine ben curate, ben presto si intravede il parcheggio dove si è lasciata l'autovettura.     Calcolate circa quattro ore per l'intero giro, con un dislivello complessivo in salita di circa 500 metri.
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I portici di Santa Maria del Misma - foto di Marco Ghirardelli

Altre informazioni:
Altri sentieri per arrivare alla chiesetta di Santa Maria del Misma: Il complesso religioso è raggiungibile, in un'ora, e un quarto anche da Cenate Sopra (via Sant'Ambrogio) con il sentiero n. 607, superando circa 450 metri di dislivello.    Dal Colle Gallo servono invece almeno 2 ore e mezza, con diversi saliscendi che rendono la gita abbastanza faticosa.    Dalla frazione Piazze, sopra la Tribulina di Scanzo, transita invece il sentiero CAI n. 626, con il quale si arriva alla chiesetta in due ore, superando circa 400 metri di dislivello.     Dal ponte romanico di Albino infine, si risale via Monte Cura seguendo il sentiero CAI n. 511 che porta alla chiesetta in oltre due ore e mezza, superando un dislivello in salita di oltre 600 metri e di circa 150 in discesa.
Il Misma dai tetti di Torre Boldone - foto estiva di Elisa Di Blasi

Punto di ristoro e di alloggio: Il complesso di Santa Maria del Misma comprende un rifugio-ostello, gestito da un gruppo di volontari.    Sotto i portici della chiesetta ci sono dei tavoli dove è possibile sostare e consumare pranzi al sacco.
Cartografia: Carta Turistico-Escursionistica della Provincia di Bergamo-Tavola 08.

La segnaletica delle "Vie del Misma"