sabato 28 agosto 2021

Un'escursione nella zona del Monte Zucco e tra le contrade alte della Val Brembilla, dove gli orrori della guerra hanno lasciato il segno.

La salita al Monte Zucco da Sant'Antonio Abbandonato è breve ed alla portata di tutti.   Attraversa radure e boschi molto suggestivi ed il panorama dalla vetta, in caso di buona visibilità, è impagabile.   Il successivo anello ai bordi dello Zuccone dell'Arco completa un'escursione molto interessante da ogni punto di vista.

Salendo al monte Zucco dai Foppi Alti.

A lato del parcheggio posto all'ingresso del piccolo borgo di Sant'Antonio Abbandonato (987 m) è ben visibile la segnaletica verticale che indica la direzione da prendere.   Il sentiero da percorrere è il n. 505 con direzione rifugio G.E.S.P. e Monte Zucco.   Dopo pochi passi si raggiungono le case di Prisa Bassa (1023 m) oltre le quali si prosegue in piano in un bellissimo bosco misto che ogni tanto regala belle viste sul Canto Alto e le minuscole frazioni di Zogno cresciute fra le sue pendici.

Il Canto Alto dal sentiero di salita.

Via via il bosco si fa più fitto.   La traccia sale dolcemente e con buon fondo, penetrando in una proprietà privata ricca di conifere, all'interno della quale si incontra il bivio con il sentiero 506, che imboccheremo al ritorno dalla cima dello Zucco.  Proseguendo diritti, si arriva in breve nell'incantevole radura del rifugio G.E.S.P. (Gruppo Escursionisti San Pellegrino-1150 m).   La traccia lo costeggia per poi infilarsi nell'apertura di un muretto a secco, dal quale la vista si apre su un bellissimo prato cosparso da curiosi pinnacoli di roccia.   Siamo ai Foppi Alti, un ambiente incantevole che fu sede di un controverso episodio della Resistenza bergamasca.  Il 29 luglio 1944, tre ufficiali tedeschi di stanza a San Pellegrino avevano effettuato una escursione, che li aveva portati a godersi il sole in questa località, proprio nello stesso momento in cui una banda partigiana si stava allontanando dal suo rifugio sul Pizzo Cerro per raggiungere l'Alta Valle Brembana.  Il gruppo era comandato da Giorgio il canadese, uno spregiudicato personaggio, di nazionalità cipriota, fuggito dopo l'8 settembre dal campo di prigionia della Grumellina.  Fu proprio una raffica di mitra del canadese a falciare i tre tedeschi.  Lo stesso Giorgio intimò a due boscaioli che avevano casualmente osservato la scena di far sparire i cadaveri...

Il rifugio G.E.S.P.

Il sentiero attraversa il prato in falsopiano fino ad arrivare ad una cascina ristrutturata dove la traccia prende a destra, impennandosi bruscamente verso la vetta del monte Zucco (1232 m).  La ripida salita dura meno di venti minuti ma il panorama appaga ampiamente la fatica.   Le Orobie sono tutte di fronte a noi, dal Resegone all'Alben, passando dal Pizzo dei Tre Signori, il Cancervo, il Menna e l'Arera. Senza dimenticare le cime "minori": dal Castel Regina al Sedernello, dal Monte Gioco sopra Serina al Canto Alto.

Dalla cima del monte Zucco, il Monte Gioco spicca
fra la foschia che copre la Val Serina.

Per salire i circa 250 metri di dislivello che dividono Sant'Antonio Abbandonato dal Monte Zucco si impiega circa un'ora e mezza.   Al ritorno basta un'oretta.    Per riempire l'escursione, si può completare un anello prendendo la deviazione a destra (segnavia 506 per Catremerio e Sussia Alta) che si trova nel bosco di conifere privato, pochi minuti a valle del rifugio G.E.S.P..  L'inizio di questo sentiero pianeggia nel bosco, arrivando ad un bivio dove si prende la destra e si sale ripidamente, fino ad arrivare ad una baita che si deve aggirare, per continuare la salita.   La marca bianco rossa del CAI non è molto frequente, al contrario abbondano (anche troppo) i bolli gialli di un percorso di gara che, fortunatamente, coincidono con questo itinerario.  In caso di dubbi, va comunque privilegiata  l'indicazione del CAI.

Il sentiero nei pressi del bivio con segnavia 506.

Si prosegue fino ad intravvedere una radura, che non si raggiunge perchè poco prima la traccia devia decisamente a sinistra.   Restando nel bosco ricchissimo di ciclamini, si alternano strappi in salita con tratti in piano.   Sulla destra si intravvedono le pareti a strapiombo del Corno dell'Arco.   In questa zona aspra e dirupata furono nascosti i cadaveri dei tre ufficiali tedeschi.   Alcuni abitanti di Sant'Antonio Abbandonato e Catremerio, nel timore di subire una rappresaglia da parte dei nazisti, si erano affrettati ai Foppi Alti pensando di limitarsi a sotterrare i corpi.   Ma il canadese ne aveva ucciso soltanto uno, ferendo gravemente gli altri due che stavano ancora tentando la fuga verso valle.   Il gruppo di abitanti li rincorsero, li raggiunsero e li finirono a sassate.   Le salme vennero quindi portate a spalle fin sotto il Corno dell'Arco e fatte precipitare in un profondo crepaccio, ricoprendole infine di calce viva.   I resti furono recuperati e traslati soltanto dieci anni dopo.

Il Corno dell'Arco visto dalla salita allo Zucco.


Dopo essersi lasciati il Corno dell'Arco alle spalle, si inizia a scendere prima dolcemente e poi più ripidamente, fino ad un roccolo che precede un bivio.   La traccia di sinistra scende bruscamente.  Noi continuiamo invece in piano, camminando su quella di destra, oltrepassando un altro roccolo. Continuiamo nel bosco e, senza apprezzabili dislivelli, arriviamo ad un bivio con segnaletica verticale.  A destra il segnavia CAI indica per San Pellegrino.   Noi proseguiamo diritti sulla traccia in direzione di Sussia. 

La cappella del Crosnello.

Dopo pochi metri si arriva ad un gruppo di baite dove la traccia piega a sinistra e, con una serie di saliscendi nel bosco, ci porta di fronte alla Cappella del Crosnello (1130 m). Un'altra segnaletica verticale del CAI ci indica di scendere verso Catremerio, utilizzando una carreggiabile che alterna sterrato con tratti asfaltati nei punti più ripidi.  Si tratta di una strada privata che, probabilmente, ha cancellato ampi tratti del sentiero.   Siamo quindi costretti a percorrerla fino in fondo, dove un cancello realizzato con rete zincata impedisce l'accesso alla salita.   Passiamo di lato e ci troviamo a Catremerio (988 m).   Da questo borgo, seguendo la strada asfaltata, si arriva in una ventina di minuti a Sant'Antonio Abbandonato, godendosi il panorama sulla Val Brembilla e sulle più lontane coste della Valle Imagna.

Le contrade alte della Val Brembilla viste
dalla chiesa parrocchiale di Sant'Antonio Abbandonato.

Info tecniche:

Data dell'escursione: 25-08-2021. Tempo molto nuvoloso, con foschie persistenti.
Partenza dell'itinerario: Parcheggio nei pressi della chiesa parrocchiale di Sant'Antonio Abbandonato, frazione di Val Brembilla.   Il paese si raggiunge con una panoramica strada a tornanti, lunga circa 9 km, che parte a lato della chiesa parrocchiale di Zogno.  Le indicazioni non sono evidenti.   La segnaletica da seguire è quella che indica genericamente la zona denominata Monte di Zogno.  Sant'Antonio Abbandonato dista circa 25 chilometri da Bergamo, percorribili in tre quarti d'ora.
Dislivello e lunghezza dell'itinerario: oltre 400 metri di sola salita, per una lunghezza complessiva di dieci chilometri e mezzo.  
Durata: Per percorrere l'itinerario descritto servono circa 4 ore.

Cardo scardacelo nei pressi di Crosnello.

Altri suggerimenti di carattere storico-culturale:  Con carattere corsivo, nel post viene riportato il sunto di un episodio legato al periodo della Resistenza sulle montagne bergamasche. Chi fosse interessato ad approfondirlo, può consultare il seguente sito web: https://www.lastradadeimonti.it realizzato, per conto dell'ANPI di Bergamo, da Carlo Cremaschi, che ha ampliato sul web il contenuto dell'omonimo volume, scritto da Roberto Cremaschi. 

Il monte Zucco dal sentiero che fiancheggia il Corno dell'Arco.

Altre escursioni in zona: In questo blog potete trovare altre escursioni che partono negli immediati pressi di quella qui descritta.  I link di collegamento sono i seguenti: 
  • https://dislivellozero.blogspot.com/2017/05/da-catremerio-al-pizzo-cerro-ed-al.html.
  • https://dislivellozero.blogspot.com/2021/05/lanello-del-monte-sornadello-cavallo.html
  • https://dislivellozero.blogspot.com/2017/01/da-blello-ai-tre-faggi-una-passeggiata.html
Cartografia: I tracciati che compongono l'anello qui descritto sono evidenziati sulla cartina n. 105 - Lecco Valle Brembana, realizzata dalla Kompass. Altre informazioni utili sono scaricabili nel geoportale del CAI di Bergamo (http://geoportale.caibergamo.it). In particolare è possibile stampare un estratto di mappa in scala 1:25.000, evidenziando il numero del sentiero da percorrere (in questo caso il 505, il 506 e il 592) nella funzione "cerca".

San Pellegrino Terme e il fiume Brembo dalla cima dello Zucco.



lunedì 16 agosto 2021

Da Dossena alla cima del Monte Vaccareggio, interessante balcone panoramico nel cuore delle Prealpi Orobiche

Il Monte Vaccareggio è un interessante balcone panoramico situato nel cuore delle Prealpi Orobiche.    La cima è raggiungibile con un itinerario ad anello che attraversa un freschissimo bosco ricco di ciclamini e le antiche aree minerarie sfruttate nel corso di millenni.

La sagoma dell'Arera dal sentiero di salita al Monte Vaccareggio.

L'itinerario parte dalla località Villa (1074 m.), situata poco sopra il centro abitato di Dossena (nelle note tecniche trovate i dettagli per arrivarci).   Dal piccolo parcheggio bastano pochi passi in salita per trovare l'indicazione del sentiero CAI n. 599 che porta in vetta al Vaccareggio per mezzo di due diversi e distinti percorsi.    Il primo, indicato con il n. 599/A, è detto "sentiero panoramico" e tiene la destra, offrendo ampi scorci sulla Val Serina ed il Monte Alben.  Il secondo, segnalato con il n. 599/B e nominato come "sentiero delle creste", chiude l'anello a sinistra, sfiorando i dirupi della profonda Val Parina ed ammirando le coste della media Valle Brembana.

I monti Giogo e Zucchino dal sentiero di salita.

A cinque minuti dalla partenza si incontra la diramazione dei due sentieri e, seguendo l'indicazione di destra del 599/A, si penetra in un fitto bosco misto.   Con pendenza abbastanza regolare e mai troppo ripida, si continua all'ombra degli alberi, approfittando dell'incontro con alcune radure per dare uno sguardo indietro al panorama offerto dal cocuzzolo erboso del Monte Giogo, che funge da sentinella al borgo di Serina ed alle sue piccole frazioni.

Resti di manufatti dell'attività mineraria.

La traccia è evidente e sempre ben segnalata.   Dopo circa tre quarti d'ora, intorno ai 1300 metri di quota, il bosco si apre gradualmente e l'ambiente si fa brullo e roccioso, facendo anche intravvedere i resti dei manufatti dell'attività mineraria cessata negli anni '80 del secolo scorso.   Pare che l'attività estrattiva effettuata nella zona risalga addirittura all'età del bronzo, consentendo, proprio a Dossena, la creazione dei primi insediamenti stabili di tutta la Valle Brembana.

La pozza ai bordi della ex-area mineraria.

Il sentiero arriva ad una pozza, dove il panorama si apre verso Sud ed i muri a secco delimitano ancora la ex-zona mineraria.   Il tratto successivo è ricco di cavità, naturali o artificiali, a cui bisogna prestare un po' di attenzione.   Le vene di calamina, ferro e galena sono state sfruttate per certo sin dall'epoca degli antichi romani.  La manodopera era fornita dallo sfruttamento dei prigionieri di guerra fatti schiavi.   L’estrazione dei minerali veniva fatta attraverso cunicoli e strette gallerie, capaci a malapena di contenere un uomo sdraiato, che lavorava di scalpello e frantumava la roccia surriscaldandola con il fuoco e, successivamente, raffreddandola con l’acqua.   Le condizioni di salute e di vita per questi schiavi erano miserrime e le ricerche di archeologi e speleologi hanno confermato che le cavità del monte Vaccareggio furono utilizzate anche come tombe per molti di loro. 

Il monte Menna dalla cima del Vaccareggio.

Superata la zona di coltivazione mineraria, si rientra in un bosco più rado.   Manca poco alla vetta, che si raggiunge in poco meno di due ore dalla partenza, fermandosi ad un passo dal profondo dirupo che precipita nella Valle Parina, una delle aree più selvagge delle montagne bergamasche.   Dalla modesta sommità del Vaccareggio (1475 m) il panorama è veramente spettacolare.  Di fronte si stagliano il Monte Ortighera, la cima del Menna e l'inconfondibile sagoma dell'Arera.    A destra incombe l'Alben mentre a sinistra lo sguardo si perde più lontano, riconoscendo i profili del Pegherolo e del Monte Cavallo e, più discosta, si intuisce la punta aguzza del Pizzo del Diavolo.

Sul sentiero delle creste.

Per tornare si procede in direzione opposta, seguendo il "sentiero delle creste" in direzione ovest.  Si percorre il crinale per circa mezz'ora, ponendo attenzione alla segnaletica che, in questo tratto, è meno generosa rispetto ai segnavia di salita.    In un paio di occasioni sembra infatti che la traccia scenda nel bosco mentre, da una verifica più attenta, si scopre che il sentiero prosegue invece sulla cresta.   La discesa fra gli alberi sarà ben indicata più avanti, dove il sentiero piegherà decisamente a sinistra. 

Ciclamino nel bosco attraversato in discesa.

Ci aspetta ora un lungo tratto nel bosco, intervallato a metà percorso da una zona priva di vegetazione che torna a ricordarci le antiche estrazioni metallifere.    Anche all'interno del bel bosco che si sta attraversando si incontrano profonde cavità che, in alcuni casi, vengono blandamente protette da corde o nastri segnaletici.   A ben oltre un'ora dalla cima del Vaccareggio si arriva in fondo alla valle dove un paio di passarelle in legno aiutano ad attraversare il ruscello.   Nei pressi si trova anche una sorgiva (con acqua non controllata). 

Verga d'oro comune, ripresa tra i macereti dell'ex-area mineraria.

Si risale una cinquantina di metri di dislivello, arrivando in località Lavaggio (1180 m), caratterizzata da alcune cascine ristrutturate ed un gigantesco silos verde posto a guardia di una lunga stalla.   Appena oltre, si devia decisamente a sinistra, percorrendo brevemente una carreggiabile sterrata, prima di ritrovare il sentiero n. 599 che, in meno di mezz'ora, calpestando un fondo un po' accidentato, ci riporta in località Villa.

La vetta del Vaccareggio dalla località Lavaggio.

 Info tecniche:

Data dell'escursione: 13-08-2021. Tempo bello, con un po' di foschia 
Partenza: Arrivati a Dossena si prosegue sulla S.P. 26 in direzione di Serina.   Al secondo tornante si gira a sinistra, imboccando via Risorgimento che si abbandona al bivio successivo, prendendo a destra via Villa.   Dopo circa 400 metri si arriva di fronte ad un riconoscibile campo di tamburello.   Si continua su via Villa per altri duecento metri per arrivare ad un piccolo parcheggio (con fontanella) dove si lascia l'auto.   Proseguite pochi metri a piedi e trovate, a destra, l'inizio dell'itinerario.   Dossena si trova in Valle Brembana e dista da Bergamo circa 35 chilometri, percorribili in 50 minuti.  Un altro chilometro e sarete in località Villa.
Dislivello e lunghezza dell'itinerario: circa 500 metri di sola salita, per una lunghezza complessiva di quasi sette chilometri.  
Durata: Per percorrere l'itinerario descritto servono circa 4 ore.

L'Alben dal sentiero delle creste. In primo piano, il Monte Castello.

Altri suggerimenti di carattere storico-culturale:  Come anticipato nella descrizione dell'itinerario, il borgo di Dossena nasce in seguito allo sfruttamento delle risorse minerarie presenti nel suo sottosuolo.   Chi fosse interessato all'argomento può anche visitare le galleria di una vecchia miniera, riattivata ai fini turistici grazie al lavoro di ripristino dei volontari dell'Associazione Miniere di Dossena, coordinati dallo stesso Comune di Dossena.  Nel loro sito internet (https://www.minieredossena.it) trovate cenni di storia e tutte le informazioni utili per la visita.
Un approfondimento particolare è disponibile sul numero 4 di Quaderni Brembani, che pubblica un articolo di Denis Pianetti sulle antiche miniere di Dossena e sui ritrovamenti effettuati dagli speleologi nelle loro cavità più recondite.    In merito, il testo ricorda un articolo pubblicato oltre cento anni fa (correva l'anno 1910) da L'Eco di Bergamo, dal titolo: “Geroglifici e tracce di schiavi egiziani nelle antiche miniere di Dossena”.   Sulla presenza degli antichi egizi in Val Brembana non ci furono ulteriori riscontri.  E' però molto probabile che, nelle profondità del sottosuolo di Dossena abbiano lavorato schiavi provenienti dall'antico Egitto, lì trascinati dai soldati romani che ne fecero preda di guerra durante l'espansione territoriale dell'impero lungo le coste nordafricane.  Il testo in questione è scaricabile da questo sito:  http://culturabrembana.com/quaderni-brembani-4.
Cartografia: Non mi risulta che l'anello qui descritto sia evidenziato su mappe cartacee attualmente in vendita.   Sul geoportale del CAI di Bergamo (http://geoportale.caibergamo.it) è però possibile scaricare un estratto di mappa in scala 1:25.000, evidenziando il numero del sentiero da percorrere (in questo caso il 599/A o il 599/B) nella funzione "cerca".

La vetta del monte Vaccareggio.


mercoledì 28 luglio 2021

Nel microcosmo dolomitico della Cornagera, partendo dal piccolo borgo di Ama (che nasconde un segreto).

L'altipiano di Selvino nasconde molti tesori.  Con questa escursione scopriremo il microcosmo dolomitico della Cornagera partendo da un piccolo borgo che ha custodito uno splendido segreto per oltre settant'anni.

Il torrione Longo, in Cornagera.

L'itinerario parte dal piccolo parcheggio della frazione di Ama (924 m) posto di fronte alla trattoria delle Tre Corone. Per la sua posizione altamente panoramica ed in seguito allo sviluppo urbanistico legato alla politica turistica delle seconde case, Ama ha subito una notevole trasformazione rispetto al passato.  Durante la seconda guerra mondiale il borgo era costituito da poche case in pietra, abitate da un centinaio di abitanti.   Nel 1943, cinque famiglie di religione ebraica, diciassette persone in tutto, trovarono rifugio ad Ama e furono protetti dalla discrezione di tutta la popolazione.   Il segreto rimase tale fino alla Liberazione e, successivamente, per tutti gli anni a venire fino al 2016, quando la vicenda fu resa nota dalla pubblicazione di un libro.    Nelle note in calce al post trovate ulteriori informazioni sulla vicenda.

Il borgo di Ama, visto dal sentiero di salita.

Sin dal parcheggio è evidente la segnaletica del sentiero CAI n. 537 che si inoltra nel bosco e, tramite una bella mulattiera gradinata porta, in una ventina di minuti, alla località Cantul (1015 m). Qui si attraversa la strada asfaltata per entrare in un grande parcheggio a lato del quale il tracciato riprende a salire nel bosco, ora più fitto.   Dopo circa un quarto d'ora si incontra un bivio.   Entrambi i sentieri portano alla vetta della Cornagera e sono classificati EE (per escursionisti esperti).

La croce di vetta della Cornagera.

Prendiamo a sinistra il segnavia 537/A che, con alcuni strappi, remunerativi ma senza particolari difficoltà, aggira il massiccio risalendolo da ovest.   Dopo circa un'ora da Cantul si arriva ad un colletto dal quale, tenendo la destra, in pochi attimi ci si trova di fronte alla croce che campeggia sulla cima della Cornagera (1311 m).   Bellissimo il panorama su Ganda, sui monti Rena e Misma e sulla bassa Valle Seriana.   Particolare anche il colpo d'occhio sul nucleo di Amora, di cui si narra che le sue case furono imbiancate per ricordare il gesto galante di un gruppo di rocciatori che, dopo essersi arrampicati sulle guglie della Cornagera, lanciarono sul paese numerosi cesti colmi di fiori alpestri per omaggiare le ragazze del borgo.

Il paesino di Amora, visto dal punto dove probabilmente
i rocciatori hanno lanciato i cesti floreali.

Dalla vetta ci si dirige verso nord, percorrendo in cresta il tratto più impegnativo, che giustifica la classificazione "per escursionisti esperti".   Siamo sul segnavia CAI n. 521, che va seguito con attenzione, anche se è forte la tentazione di ammirare le guglie dolomitiche che si vanno via via palesando.   In questi casi si consiglia di fermarsi, guardare quanto si vuole e, ripreso il cammino, di concentrarsi su dove si mettono gli scarponi.    Al termine della dorsale cespugliata si scende da una paretina rocciosa, al termine della quale si ritrova il segnavia 537, che ci accompagna all'interno di un labirinto di roccia, delimitato da ripide pareti ed imponenti torrioni rocciosi.

Nel buco della Carolina.

Al limite settentrionale del labirinto si incontra il mitico "buco della Carolina", uno strettissimo pertugio di roccia che, nel tratto finale, consente a stento il passaggio di una singola persona.  Usciti a rivedere la luce, si sale brevemente a destra per arrivare sulla larga sterrata di servizio dell'ovovia e delle piste da sci. La si risale fino al grande rifugio del Poieto (circa tre quarti d'ora dalla cima della Cornagera).  Dai prati del rifugio si sale in breve alla cima del monte Poieto (1360 m) dove si trova una cappelletta ed un panorama a 360° sulle prealpi orobiche.  

I prati del Poieto.

Ridiscesi al rifugio ed alla stradina sterrata, si ritorna al bivio che, a destra, ci infilerebbe di nuovo nel buco della Carolina.    Prendiamo invece a sinistra e ci rituffiamo nelle dolomie della Cornagera, completandone l'esplorazione aggirando verso Est la sua caratteristica struttura rocciosa.   In questo tratto si incrociano i torrioni più famosi, abituale palestra per generazioni di arrampicatori.   Ad ogni passo fatto in questo ambiente cresce sempre più la sensazione di essere stati catapultati in un minuscolo angolo della Terra di Mezzo. 

Nel labirinto...

Rimanendo sempre sul segnavia 537, arriviamo ad alcuni pascoli cespugliati ed incolti, per poi scendere decisamente nel bosco.   Seguendo fedelmente il tracciato, ci ritroviamo al bivio con la deviazione indicata con il 537/a, completando così una sorta di periplo della Cornagera. Si continua la discesa, ritrovando la località Cantul e, successivamente, il borgo di Ama con il suo silenzioso segreto.

Campanula selvatica nel bosco che circonda la Cornagera.

Info tecniche:

Data dell'escursione: 25-07-2021. Tempo umido e nuvoloso, con perturbazione in avvicinamento.
Partenza: Parcheggio sulla via principale del borgo di Ama (frazione di Aviatico), posto dopo la chiesa e di fronte alla trattoria Tre Corone.   Ama si trova sull'altipiano di Selvino, dista da Bergamo poco più di 20 chilometri, percorribili in 35 minuti. 
Dislivello e lunghezza dell'itinerario: quasi 500 metri di sola salita, per una lunghezza complessiva di cinque chilometri e mezzo.  
Durata: Per percorrere l'itinerario descritto servono circa 3 ore e mezza.
Il torrione Gemelli, in Cornagera.

Altri suggerimenti di carattere storico-culturale:  Come anticipato nella descrizione dell'itinerario, il borgo di Ama è il protagonista silenzioso del libro intitolato "Un rifugio vicino al cielo" di Aurora Cantini, Silele Edizioni.    Il testo narra le vicende di cinque famiglie di religione ebraica che trovarono rifugio nelle case di Ama dalle persecuzioni nazi-fasciste dal 1943 fino ai giorni della Liberazione.  La maestra elementare, il parroco, i partigiani locali e tutto il paese hanno contribuito a proteggere e salvare queste famiglie.  Una di queste si era nascosta nell'appartamento vicino all'Albergo Tre Corone, all'interno del quale era installato l'unico telefono funzionante del borgo.   A questo apparecchio chiamava un'amica di Bergamo che li preavvisava della partenza dei rastrellamenti e permetteva agli abitanti del paese di portare i rifugiati nelle stalle della minuscola frazione di Predale dove si sarebbero nascosti insieme ai partigiani ed ai giovani renitenti alla leva.    Dopo la guerra nessuno ha più parlato di questa vicenda, prima per timore di ritorsioni poi, forse, per discrezione e rispetto.   Il segreto è stato rotto solo nel 2016, quando un'anziana di Ama, all'epoca ragazzina 14enne, ha cercato di entrare in contatto con la sua amica coetanea che faceva parte di una delle famiglie ebree. 

Doronico dei macereti, aggrappato alla dolomia della Cornagera.

A poca distanza, in Comune di Selvino, si trova la ex Colonia di Sciesopoli che, al termine della seconda guerra mondiale e fino al 1948, ospitò centinaia di bambini ebrei, moltissimi dei quali orfani, sopravissuti ai ghetti ed ai campi di concentramento o vissuti per strada e nascosti nelle foreste.   Nell'edificio del Municipio di Selvino è stato realizzato un museo memoriale che racconta questa storia di rinascita e speranza.    Il museo è aperto tutte le domeniche dei mesi estivi e la prima domenica del mese nelle altre stagioni.   Nelle giornate di apertura del museo, effettuando prenotazione anticipata, è possibile visitare l'edificio di Sciesopoli.    Prenotazioni a mezzo mail (sciesopoli@comunediselvino.it) o chiamando il n. 035 0521582.

La mulattiera che porta da Ama al Cantul.

Altri suggerimenti di carattere gastronomico: Sul tracciato dell'escursione è possibile effettuare una sosta di ristoro al Rifugio Monte Poieto, normalmente aperto nei fine settimana.  Sono predisposti anche appositi spazi all'aperto.  Maggiori info: www.montepoieto.it oppure https://www.facebook.com/RifugioMontePoieto.
Ad Ama, proprio di fronte al parcheggio di partenza dell'escursione, si trova ancora la Trattoria Tre Corone, dove giungevano le telefonate che avvisavano dell'imminente arrivo dei rastrellamenti nazi-fascisti.   Esternamente l'edificio è rimasto pressochè immutato.   L'interno è stato ristrutturato ed è diventato un bistrot, dotato anche di terrazza esterna con vista panoramica.   Per saperne di più: https://www.facebook.com/trecoronebistrot.
Altre escursioni in zona: In questo blog potete trovare un'altra escursione che parte negli immediati pressi.  Il link di collegamento è il seguente: https://dislivellozero.blogspot.com/2018/05/da-aviatico-al-monte-suchello-il.html.
Cartografia: Carta turistico-escursionistica della Provincia di Bergamo (tavola 08). Scala 1:25.000.

Fuori dal labirinto, seguendo il segnavia n. 537.


venerdì 23 luglio 2021

Pedalando sulla ciclabile delle valli di Tures ed Aurina, in uno dei territori più autentici dell'Alto Adige.

La ciclabile delle valli di Tures ed Aurina unisce Brunico a Campo Tures e prosegue oltre, fino a Lutago, seguendo uno dei tre rami con i quali si dirama e si sviluppa il territorio più settentrionale della nostra nazione.  Nel suo tratto principale, la ciclabile attraversa un'ampia piana, pressoché pianeggiante, formata dai sedimenti millenari del rio Aurino.

La piana di Campo Tures.

Si attraversa un territorio fertilissimo, coltivato da secoli dagli agricoltori locali, percorrendo strade battute soltanto da biciclette e trattori.  Il tratto più suggestivo inizia dal paese di Gais (819 m) dove si può parcheggiare nei pressi di un gradevole laghetto balneabile circondato da un grande prato dove è possibile sostare, bagnarsi e prendere il sole.   La pista ci passa proprio accanto, prima di raggiungere una piccola zona produttiva che si supera in breve, per poi entrare in un mondo a sé stante, tra verdissimi campi coltivati a segale e le azzurrissime acque dell'Aurino. 

La ciclabile costeggia il Rio Aurino.

La piana è circondata da rilievi ricoperti da fitte abetaie, che si alternano ad ampie radure coltivate, in mezzo alle quali troneggiano storici masi, spesso posizionati in luoghi impensabili, soprattutto se si pensa alle modalità di accesso agli stessi.   In questo ampio panorama si pedala, senza apprezzabile dislivello, tra elegantissime fattorie e piccole zone naturali, protette per le loro particolari caratteristiche ambientali. 

Nei pressi di Caminata di Tures.

Dopo una dozzina di chilometri si attraversa il paese di Caminata di Tures (850 m) oltre il quale la pista costeggia una freschissima foresta.  Dietro quelle conifere si nascondono le tre fantastiche cascate di Riva, facilmente visitabili percorrendo a piedi un sentiero che parte dal parcheggio del bar delle Cascate, che si trova proprio ai bordi della ciclabile.   La spettacolarità e la facilità di accesso delle cascate ha creato un turismo di massa che, nei periodi di punta, rende difficoltosa e poco gradevole la visita.   In bassa stagione e nei giorni feriali c'è la speranza di unire una bella pedalata con la possibilità di ammirare uno dei tesori naturali più significativi dell'Alto Adige. 

La prima cascata di Riva - foto di Elisa Di Blasi.

Proseguendo oltre, la ciclabile taglia la valle e raggiunge in breve Campo Tures (864 m) ed il suo Castello medioevale, uno dei più belli e meglio conservati della provincia di Bolzano.   E' molto gradevole uscire dall'abitato e pedalare sulle stradine bianche che portano tra i campi coltivati della piana antistante il borgo.   

Zoom sul Castello medioevale di Tures.

Alcuni boschetti offrono dei punti di sosta dotati di panchine ombreggiate che consentono momenti di relax trascorsi ad ammirare il panorama che si apre alle spalle del paese.   Il circo di montagne che circonda le valli di Tures ed Aurina è talmente imponente che si contano oltre ottanta cime che superano i tremila metri di quota!

Sullo sfondo spuntano le Alpi della Zillertal.

Dai coltivi di Campo Tures si può rientrare velocemente a Caminata e quindi a Gais, pedalando agevolmente e senza fretta, attraverso e fra le quinte di immaginifici panorami di un territorio tra i più autentici dell'Alto Adige.

Sulle strade bianche della piana di Tures.

Info tecniche:

Data dell'ultima escursione: 7 luglio 2021.
Partenza: parcheggio nei pressi della zona sportiva e del laghetto naturale "Baggalocke" di Gais, all'ingresso della Val di Tures, ad una quindicina di chilometri dal centro di Brunico (BZ).    
Dislivello: Circa 80 metri di dislivello complessivo.
Durata e distanza: L'itinerario descritto (andata e ritorno) è poco meno di trenta chilometri (un'ora e mezza di bicicletta).

Il giardino del Bad Winkel - foto di Elisa Di Blasi.

Altri suggerimenti: Chi fosse interessato a visitare il Castello di Tures può scoprire i dettagli organizzativi nel seguente sito: https://www.campo-tures.net/castello-di-tures.
Per chi vuole invece ammirare le Cascate di Riva, sullo stesso sito la pagina è: https://www.campo-tures.net/cascate-di-riva. 
I suggerimenti in rete, per entrambe le destinazioni, si sprecano.   L'unico consiglio che mi sento di dare è quello di evitare periodi ed ore di punta.   In mezzo alla folla, anche il posto più bello perde la propria poesia. 
Nei pressi delle Cascate di Riva vi suggerisco una sosta al ristorante albergo Bad Winkel, le cui origini si ritrovano addirittura nel diciassettesimo secolo.  Sedendosi ai tavoli del loro giardino, si possono gustare piatti locali con una vista spettacolare sul Castello e la piana di Tures e sui rilievi più alti del Parco naturale delle vedrette di Ries.   Maggiori info sul loro sito: https://www.bad-winkel.com/it/home.
Cartografia: Carta escursionistica, cicloturistica e scialpinistica della Kompass: n.82, Tures - Valle Aurina in scala 1:50.000.

Processione religiosa in Valle Aurina - foto di Elisa Di Blasi.





martedì 13 luglio 2021

Sulla ciclopedonale della Valle Anterselva, tra spettacolari panorami dolomitici, masi storici e freschissime abetaie.

La Val Pusteria offre molte occasioni agli amanti del turismo dolce.  Particolare l'offerta delle piste ciclopedonali, che consentono di esplorare praticamente tutto il comprensorio, vallette laterali comprese.   In queste ultime si scoprono itinerari meno battuti ed ugualmente panoramici, adatti ad ogni tipo di esigenza.

La testata della Valle Anterselva vista dalla pista ciclabile
 poco prima di Anterselva di Sotto.

La ciclabile che percorre la Valle Anterselva, per esempio, attraversa un territorio che sembra essersi cristallizzato nel tempo.   Un mondo contadino che si regge sulla tradizione dei masi di montagna. In Alto Adige, da almeno sette secoli, queste abitazioni rurali vengono lasciati in eredità soltanto nella loro complessità, impedendone il frazionamento.   In questo modo si è conservata la loro peculiarità e, mentre si pedala o si cammina ammirandone la particolare architettura rurale, si ha l'impressione che  passeranno altrettanti secoli, senza che si modifichi alcunché. 

Maso lungo la pista ciclabile. Foto di Elisa di Blasi.

Mia moglie ed io abbiamo percorso la ciclabile partendo da Rasun di Sopra (1091 m) per arrivare ad Anterselva di Mezzo.  Dal centro del piccolo villaggio (500 abitanti) abbiamo preso la via del biotopo che, in breve ci ha portato a costeggiare l'area protetta della torbiera di Rasun, portandoci in un freschissima abetaia che ricopre l'intera zona.   Chi lo desidera potrà inoltrarsi all'interno della torbiera per mezzo di alcuni camminamenti allestiti con traversine in legno, per ammirare una flora particolare e molto rara.

La torbiera di Rasun è protetta dall'abetaia posta sulla destra guardando la foto.

Se alla partenza la ciclabile è asfaltata, nell'area protetta il tracciato diviene sterrato e, nell'ultimo tratto, si fa  un po' sconnesso.   Il disagio dura comunque poco, perché in breve si giunge al borgo di Anterselva di Sotto (1109 m), dove ci aspetta l'unica salita degna di nota di questo itinerario.   La si incontra alla fine del paese e ci porta ad incrociare la strada provinciale che sale verso il lago di Anterselva.   Nel tratto successivo si è costretti a costeggiarla.   Le indicazioni ci aiutano a prendere una traccia protetta che inizialmente segue la carreggiata destra, per poi attraversare la provinciale su apposite strisce pedonali e, nei pressi di una rustica chiesetta di campagna, imboccare una stradina asfaltata che ci porterà dentro al borgo di Anterselva di mezzo (1236 m), dal quale si ammira uno splendido dettaglio della corona di montagne che divide l'Italia dall'Austria.

La pista nei pressi di Anterselva di Mezzo.

Il ritorno segue lo stesso percorso fino ad Anterselva di Sotto, dove è possibile una sosta per il ristoro in una deliziosa pasticceria (vedi note tecniche) o presso il chiosco di un laghetto attrezzato per la pesca sportiva.   Dal paese si prende poi il tracciato ufficiale della ciclabile della valle, che attraversa ampi e ordinati coltivi di cereali, patate ed insalata.   E' un tratto soleggiato e panoramicissimo, grazie alle diverse sfumature cromatiche dei campi coltivati ed all'affascinante sipario che si apre sullo sfondo, dove lo sguardo è calamitato dalle cime dolomitiche che contornano a nord il parco naturale di Fanes-Sennes-Braies.

Le dolomiti del parco Fanes-Sennes-Braies viste
dai campi di granturco di Rasun di Sopra.

Se siete fortunati con il meteo, non dimenticherete lo spettacolo fornito da questi venti chilometri semi-pianeggianti, non solo per quel che si può ammirare con lo sguardo, ma anche per gli intensi profumi di campagna e la persistente brezza alpina, che scende a rinfrescare il fondovalle, dopo aver accarezzato le cime delle fitte abetaie che coprono i lati della Valle Anterselva.

La ciclopedonale tra Rasun di Sopra e Anterselva di Sotto.

Info tecniche:

Date delle escursioni: 6 e 8 luglio 2021.
Partenza: via del biotopo a Rasun di Sopra, nel Comune di Rasun-Anterselva in Valle Anterselva (provincia di Bolzano), laterale della Valle Pusteria. Rasun di Sopra dista poco meno di 90 chilometri da Bolzano e una sessantina dal casello autostradale di Bressanone.   
Dislivello: Circa 150 metri di dislivello complessivo.
Durata e distanza: L'itinerario descritto è di circa 20 chilometri (un'ora e mezza di bicicletta).

Rasun di Sopra vista dall'agriturismo Branterhof.

Altri suggerimenti: Per chi fosse interessato al pernottamento, noi abbiamo usufruito dei servizi dell'agriturismo Branterhof della famiglia Schatzer-Treyer, situato a 50 metri dalla pista ciclabile, in località Zegl, a Rasun di Sopra.   Gli appartamenti sono spaziosi, estremamente funzionali e pulitissimi. I proprietari sono gentilissimi e disponibili per ogni informazione o necessità.    Per maggiori info: www.branterhof.it. - Tel. 0474 496208.
Ai golosi, suggeriamo una sosta alla pasticceria Cafè Sankt Walburg, nel centro di Anterselva di sotto.  Seduti ai tavoli all'aperto, si gustano ottime torte ed uno strepitoso strudel.    Particolarmente buoni anche sandwich e toast, realizzati con pane tirolese e l'immancabile speck locale come ingrediente principale. Maggiori dettagli, anche gastronomici, sulla pagina facebook: https://www.facebook.com/sanktwalburg/.
Cartografia: Presso gli uffici del turismo e nelle cartolerie è in vendita la cartina escursionistica della Valle Anterselva in scala 1:25.000.
Mamma Papera e i suoi paperini a caccia di cibo nei prati
limitrofi all'agriturismo.